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martedì 6 maggio 2008

Quando si deve parlare chiaro

di Alessandro Rossi

Come dico spesso con i miei compagni di Sinistra Unita io sono per i matrimoni d’amore, non sopporto quelli di comodo, ne tanto meno le meschine lotte per accaparrarsi il patrimonio comune quando l’amore è finito.
Non lo nasconde nessuno il matrimonio che ha dato vita al governo del luglio 2006 è in crisi, sfinito dall’assenza di un chiaro unico e rintracciabile disegno di società voluto da tutti gli alleati, logorato ai fianchi dalla opposizione scandalistica della nostra stampa locale (che fa il proprio mestiere! anche se a volte esagera), intaccato dalla debolezza politica di alcuni dei suoi uomini, e bloccato spesso dalle tensioni interne del più grosso partito della coalizione.
Ho apprezzato e apprezzo tutt’ora molte cose di quel grande partito che è il PSD, ma mi deprime il fatto che sembra non sappia o non voglia parlare francamente ne direttamente al suo interno, ne ai suoi alleati, ne tantomeno al paese.
Se aggiungiamo a tutto questo una non sempre utile e spesso presunta inflessibilità di qualche altro alleato, è una forte disorganizzazione politica di altri alleati, il dado è tratto e hanno gioco facile le cassandre di una debole opposizione che battono il tam tam di un governo incapace e fermo.
Se è vero che nessuno – per diversi motivi- nasconde la “latente crisi” è altrettanto vero che nessuno ha la capacità fare quel il cambio di passo o quel liberatorio passo di cambio che qualche abile regista sta cercando di fare maturare, giocando abilmente sulle spigolosità di alcuni membri della nostra maggioranza.
Serve dirci tutta la verità? Serve sviscerare pubblicamente le differenze e le debolezze di questa maggioranza? Non credo, quello che serve è essere tutti convinti che questa maggioranza può cambiare in positivo il volto al paese, al di la delle singole persone ma lo deve fare agendo sul filo delle cose possibili ed accettabili da tutti i suoi componenti.
Se noi di Sinistra Unita fossimo degli abili e scaltri politici non diremmo no all’ingresso degli euro popolari, o di chiunque altro ,se guardassimo solo al potere faremmo i nostri semplici appunti alla legge omnibus e la sosterremmo senza problemi.
Lo potremo anche fare solo per sacrificare tutto al destino di un progetto politico, ma non è questa la politica che ci piace, a noi piace la politica della franchezza, dello scontro sulle idee per migliorare il nostro paese, non ci piace analizzare una legge omnicomprensiva senza che vengano spiegati tutti i retro pensieri del suo contenuto, la politica è contaminazione e potremmo anche convincerci che ci vuole subito un casinò,o che la gestione dei giochi deve ritornare privata …. Ma ci devono convincere, non forzare!
Eppure non sarebbe difficile fare contenti i nostri concittadini e dare la sensazione chiara di un cambiamento, basterebbe iniziare da subito quei progetti condivisi da tutti ,come allargare il parcheggio dell’ospedale, realizzare quella struttura per l’infanzia tanto attesa le nuove viabilità, puntare ad una Repubblica ad emissioni zero, convogliare la forza produttiva dei nostri immobiliaristi in progetti di ristrutturazione e riqualificazione, partire con la costruzione del Parco Scientifico e Tecnologico, -progetti in parte contenute nel progetto omnibus - basterebbe poco, parliamoci chiaramente guardandoci in faccia e lavoriamo tutti per il cambio di passo.
Le debolezze della maggioranza si superano solo se si crede in questa maggioranza, e se si assumono tutte le responsabilità che stare in essa comporta, in poche parole simboliche se rinasce l’amore nel matrimonio … aspettare un amante potente e bello che ci faccia credere che con lui governare sia più facile, è solo certificare che questa maggioranza non riesce o non vuole governare da sola e a quel punto sarebbe più seria una separazione consensuale e andare ognuno per la propria strada.

Il tempo delle scelte

di Alessandro Mancini
Consigliere del Partito dei Socialisti e dei Democratici

Ho letto, nei giorni scorsi, diverse prese di posizione sull’applicabilità o meno del piano di sviluppo del comparto turistico e commerciale elaborato dalla Società McKinsey, soprattutto di forze politiche, fra le quali Alleanza Popolare e Sinistra Unita, ma anche di altre entità sociali, come l’Associazione Micologica , che condanna senza appello la McKinsey, accusandola di voler “desertificare” il territorio per far posto ai centri commerciali. C’è chi afferma che il piano prevede una “montecarlizzazione” non consona alla nostra storia alle nostre tradizioni di libertà ed alla nostra identità: insomma si è avviato un dibattito vivace, com’era d’altra parte auspicabile in un contesto pluralista e democratico quale vuole e deve essere il nostro Paese.

E allora mi permetto anch’io, come cittadino come imprenditore e come politico, di esprimere alcune considerazioni sugli scenari futuri che interesseranno la nostra realtà, a prescindere dalle ricette che la nota Società ha proposto.

In primo luogo credo di poter affermare che siamo tutti d’accordo sui cambiamenti epocali che avvengono intorno a noi e che ci coinvolgono, forse nostro malgrado, e dunque sulla necessità di agire di conseguenza, per garantire quel benessere al quale siamo abituati da tempo e che ci deve comunque appartenere, come Paese avanzato ed inserito nel contesto internazionale.
Sono altresì convinto, e per questo basta guardare gli altri Paesi ad economia avanzata, che per produrre ricchezza non vi è nulla da inventare e, in ogni settore che è deputato a produrla, sia esso quello finanziario, industriale, commerciale o turistico, vigono ben precise leggi di mercato che recitano: “ se fai così vai avanti, altrimenti sei fuori.” Ebbene: noi stiamo da tempo andando…fuori ed anche questa è una realtà incontrovertibile. Ce lo dicono gli operatori del turismo che lamentano un calo ed una dequalificazione costanti dei flussi di un’industria che, in passato, ha toccato vette rilevanti per l’economia sammarinese. Ce lo confermano le lamentele dei commercianti, le difficoltà degli industriali nel rapportarsi con la concorrenza globale, ce lo dicono i problemi che troviamo quotidianamente nell’assestare il “sistema San Marino”, nel compatibilizzare con le norme esterne il nostro settore finanziario.

Il piano McKinsey che, è bene ricordarlo, è stato commissionato dal Governo, non può prescindere da quelle regole del mercato globale di cui parlavo prima e, con lucida precisione, forse anche un po’ spietata rispetto a molte convinzioni radicate e inamovibili, indica una strada, fatta di innovazione, di investimenti e relativi ritorni economici che, se percorsa, porta, con un certo rigore scientifico e con una realistica tabella temporale, il nostro Paese a riacquistare un ruolo di primo piano nel turismo, a consolidare il comparto commerciale, rendendolo forte anche rispetto alle realtà limitrofe ed a migliorare di conseguenza il livello di produzione della ricchezza, indispensabile ai nostri cittadini per conservare e migliorare il proprio tenore di vita.
Di fronte a questa prospettiva, ma anche a quella di una vera e propria recessione, soprattutto se continuiamo a parlarci addosso, intendo esprimere innanzitutto una linea che definirei di filosofia politica. Non entro quindi nel merito della realizzabilità o meno del progetto McKinsey o del fatto che esso possa essere opportunamente adattato alla nostra realtà, come è logico: dico solo che le verità assolute non esistono, quando è in gioco il futuro e se si vuole veramente fare il bene di questo nostro Paese.

E, così, non mi sento di rigettare a priori nessuna delle proposte contenute nel progetto e che hanno l’unico obiettivo di creare ragguardevoli attrattive turistiche che, se ben strutturate, portano un indotto in termini di occupazione, di gettito fiscale, di intrattenimento, di infrastrutture, di eventi e di incentivazione del turismo congressuale di grande portata.

Certo, San Marino deve crescere di pari passo con i servizi, le infrastrutture, i parcheggi, la sicurezza sociale e via dicendo.

Un tempo, i nostri avi dicevano: “noti a noi, ignoti agli altri”. Oggi il nostro Paese con gli “altri” si deve confrontare a tutti i livelli. Si deve confrontare sul piano delle relazioni internazionali, delle regole del gioco della finanza, della concorrenza in campo industriale, commerciale e turistico.
Il sogno di un Paese chiuso, dove ognuno coltiva il proprio orticello, dove si va a far la spesa al mercato o nella botteguccia dove il benessere piove dal cielo ma non reca disturbo, si infrange contro gli scogli delle aziende che chiudono, dei negozi che abbassano le saracinesche, della crisi che è dietro l’angolo . L’unica via è quella di agire, di decidere perché se si decide si può sbagliare ma, se non si decide, si sbaglia di sicuro.

Tutte le attenzioni e, soprattutto il buon senso dovranno essere posti, non solo per garantire, ma per migliorare la vivibilità del nostro Paese, per gestire il territorio come un bene non riproducibile, per migliorare i servizi di cui i cittadini devono disporre. Occorre tuttavia potenziare anche i servizi dedicati agli ospiti, creare le infrastrutture, migliorare la viabilità, dare validi motivi per venire a San Marino, sia come turisti che come imprenditori o residenti, altrimenti, gli “ospiti” saranno sempre di meno.

Un invito dunque: dibattiamo pure, confrontiamoci, diamo il nostro contributo di idee ma, il non decidere per la paura di cambiare la nostra natura, la nostra tradizione, il nostro stile di vita è un vero e proprio controsenso perché, purtroppo o per fortuna, il mondo è già cambiato e se non avremo il coraggio di adeguarci,tutti quei valori che vogliamo difendere e che sono la nostra vera ricchezza, una ricchezza esportabile, saranno sepolti e travolti dalla realtà che cambia ed evolve intorno a noi.

lunedì 5 maggio 2008

Abolire il valore legale dei titoli di studio

Leonardo Raschi
Liberal Sammarinesi
liberal@omnimail.sm

Vorrei inserirmi nella querelle sui metodi per fare carriera nella Pubblica Amministrazione ovvero se il titolo di studio debba essere un requisito indispensabile per perseguire tale obiettivo. Premesso che non conosco il caso specifico in questione, quello che non mi torna è un principio che si vuole affermare, vale a dire che senza laurea è impossibile accedere ai massimi incarichi della funzione pubblica.
Per questo mi trovo completamente d’accordo con le tesi della sig.ra Silvia Della Balda illustrate egregiamente su queste pagine qualche giorno fa. Del resto quello di prendere le distanze dal valore assoluto di un titolo di studio è un modo di pensare che si sta affermando sempre di più laddove esiste la regola del riconoscimento giuridico di questi titoli. Anche in Italia sono sempre più coloro che ritengono il valore legale dei titoli di studio come un fatto anacronistico.

Questo non solo perché la formazione che offrono le Università italiane (per non parlare dei Licei) lascia sempre più a desiderare a fronte di uno scadimento ed un appiattimento verso il basso dei livelli di apprendimento che lascia allarmati. Sono sempre più infatti le Aziende che privilegiano il percorso di carriera a ragionieri piuttosto che laureati visto che i primi mostrano una duttilità e una capacità “appresa sul campo” corroborata da una robusta esperienza che il più delle volte fa la differenza.

Già perché l’esperienza, l’impegno ed il talento naturale dove li mettiamo? Oggi noi viviamo in una società del sapere ovvero dove non è più solo la scuola depositaria dello stesso ma lo sono vieppiù i giornali, la televisione per non parlare di internet. Si è calcolato che un laureato se non si aggiorna continuamente in cinque anni perde la metà di quello che ha imparato sui banchi di scuola. Ben vengano quindi carriere anche al di fuori dell’ambito universitario.

Quello che non si può accettare però è il fatto che ogni qualvolta ciò avviene questo debba essere valutato come un atto di clientelismo del politico di turno. Ci può anche essere il clientelismo, ma ci può essere anche un dipendente bravo che merita di fare carriera indipendentemente se questi possieda un titolo di studio o meno. Non si accettano apriorismi in questo campo. Se la Pubblica Amministrazione deve avvicinarsi sempre più a criteri di gestione di un’azienda privata ciò deve avvenire anche per quel che riguarda i percorsi di carriera.

La fine del tunnel

di Masiello Dott. Pietro
Diciamolo pure a chiare lettere: siamo in piena crisi economica, come ormai sancito anche dal FMI (Fondo Monetario Internazionale)[1]. Secondo le statistiche diffuse dal sopracitato Ente, l’economia mondiale crescerà nel 2009 del 3,7%, ma all’interno di questo dato troviamo che l’Europa crescerà del 1,5%, mentre gli USA dello 0,5-0,6%. Insomma, per il paese a stelle e strisce è quasi crescita zero, ma sempre meglio dell’Italia[2] di cui si dirà più ampiamente alla fine.
Tra le varie cause che hanno alimentato questa crisi, va segnalata soprattutto la crisi dei prestiti (o mutui) subprime negli Stati Uniti.
Cerchiamo di capire cosa è accaduto negli USA facendo un salto indietro di un paio di anni. All’epoca, nel sistema creditizio americano vi era un eccesso di liquidità, tanto che immediatamente le banche hanno attuato una politica dei crediti espansiva. In seguito tale politica (resa possibile anche da una notevole “disattenzione” delle autorità di vigilanza, dall’interessata complicità delle agenzie di rating e dal forte disinteresse degli azionariati proprietari degli istituti) ha portato ad una crescita elefantiaca dei mutui concessi, spesso concedendoli a persone che non fornivano adeguate garanzie di rimborso, vista la loro situazione patrimoniale o lavorativa. Tale pratica viene definita dagli anglosassoni “no verification of income, job status or assets” [3]. Ma oltre a questo, va precisato che spesso i clienti sono stati raggirati dalle banche o dagli intermediari finanziari, sfruttando la bassa alfabetizzazione finanziaria dei clienti, che non percepivano i reali costi dell’operazione ed i rischi correlati.
Ma alla fine quali sono le conseguenze più dirette ed evidenti di questa crisi, di cui le banche si sono rivelate la principale fonte di contagio, e che sta trasmettendo i suoi influssi negativi anche sull’economia europea? Esaminiamone alcuni aspetti:
1) Le banche, pur nella grave crisi di liquidità direttamente derivata dai mancati pagamenti dei mutui da parte dei mutuatari, hanno potuto frazionare il rischio attraverso le cartolarizzazioni[4], in pratica emettendo dei titoli a fronte di crediti divenuti difficilmente esigibili, distribuendo in tal modo il rischio di insolvenza dei crediti tra i prenditori dei titoli, di fatto trasferendo il proprio rischio d’impresa su una platea amplissima di investitori. A seguito della crisi si è scoperto che tali strumenti, divenuti intanto delle passività, non figuravano in bilancio.
2) A ben vedere il conto più pesante di questa crisi è stato pagato dai sottoscrittori dei mutui, in genere appartenenti ai ceti più poveri, spesso minoranze etniche con bassi livelli di istruzione; stime del 2006 parlavano di 2,2 milioni di americani a rischio di pignoramenti. Questo esercito di persone, che sarebbe stato escluso dal credito se si fossero valutati i consueti elementi (garanzie - attività svolta - tassi di interesse), rappresenta una vera sfida economica per il futuro, da risolvere magari attraverso mirate politiche governative atte a favorire la soluzione dei problemi abitativi per i meno abbienti. Oltre a ciò sarebbe auspicabile un miglioramento in favore del cliente delle procedure di concessione dei prestiti, spostando l’indice dal conseguimento di profitti immediati verso le necessità effettive dell’utenza, in particolare proponendo operazioni sostenibili e con adeguati rischi da parte dei clienti. Sarà un caso che il Premio Nobel della Pace è stato assegnato a Muhammad Yunus, il fondatore della banca di microcredito Grameen Bank?
3) Oltre alle previsioni di rallentamento della crescita sopra citate, a testimoniare la crisi in atto, va citato il dato USA di meno 230 mila posti di lavoro in tre mesi. Questo significa una diminuzione dei redditi (quindi meno domanda interna), ma significa anche che la recessione economica è già in atto come ci fa notare Turani[5] “…la perdita di posti di lavoro viene sempre ‘dopo’ l’inizio del rallentamento produttivo, non prima”. Certo le istituzioni economiche (Federal Reserve in testa) non stanno a guardare, ed immettono moneta in circolazione per controbilanciare la scarsa liquidità delle banche in crisi, aiutate anche dai cosiddetti “Fondi Sovrani”, ossia fondi costituiti da grandi investitori internazionali che finanziano massicciamente il paese a stelle e strisce; ma a questo punto risulta legittimo chiedersi che cosa accadrà quando questi Fondi Sovrani troveranno gli investimenti nelle banche USA poco redditizi[6].
4) E l’Italia? Oltre ai dati poco confortanti sulla crescita che si attesta allo 0,3% sia per l’anno in corso che per il prossimo (peggio di noi tra i paesi avanzati fa solo L’Islanda), il debito pubblico è in aumento (al momento si attesta a 1.621,88 miliardi di euro), mentre l’inflazione in Europa è prevista in aumento oltre il 2%.
Basta il quadro sopra riportato a preventivare uno scenario mondiale di crisi? Beh, francamente sono troppe le asimmetrie (le economie asiatiche vanno a gonfie vele), troppi gli elementi variabili (tra i quali citiamo l’andamento dei prezzi delle materie prime, petrolio in primis). Inoltre non possiamo stimare completamente la portata della crisi e la validità dei rimedi messi in campo.
Gli inglesi, che l’economia la conoscono, dicono “Wait and see”[7], e magari la fine del tunnel è più vicina del previsto.

[1] Vedi “La Repubblica”, Finanza e Mercati, del 6 aprile 2008, pag. 26.
[2] Si legga l’articolo di Stefania Tamburello su “Il Corriere della sera” del 10.04.2008, pag. 30.
[3] Vedi Luigi Spaventa su www.lavoce.info: “Il rischio di credito: uscito dalla porta, rientrato dalla finestra”, del 29.08.2007. Traduzione: “Senza nessuna verifica relativa a redditi, condizione lavorativa, e patrimoni posseduti”
[4] Vedi Tito Boeri e Luigi Guiso su www.lavoce.info: “l’eredità di Greenspan”, del 21.08.2007.
[5] Articolo di Giuseppe Turani: “Le locomotive fuori servizio” su “La Repubblica”, 6 aprile 2008 pag. 26.
[6] Vedi articolo di M. Sironi, “Crisi Subprime. si profila una svolta?” pubblicato su “L’Avvenire dei Lavoratori” del 27..03.08
[7] Letteralmente “Aspetta e vedrai”

San Marino un Paese insicuro?

di Erik Casali
Ormai ogni sera c’è un furto in un bar, o rubano un’auto, o spaccano vetrate o vengono commesse effrazioni nelle case e per ultimo nelle sedi dei partiti. In questi ultimi mi ha detto un amico ridendo, c’è poco da rubare, ma invece c’è poco da ridere. Quella che una volta era l’antica terra della libertà, quel piccolo, tranquillo paradiso, visto soprattutto così dagli occhi di chi veniva a visitarci, pare sia un ricordo. San Marino è impreparata a questa ondata di furti e rapine, ed i Sammarinesi ancor meno pronti e non ne possono più!
Da noi ancora oggi chi ha una bella auto spesso la lascia fuori la notte, così come ci si dimentica di oggetti come occhiali e telefonini sui sedili.
Le finestre delle case non hanno le inferriate, i cancelli spesso restano aperti, in alcuni posti, anzi parecchi, c’è ancora chi lascia le chiavi di casa nelle serratura, a testimonianza di una fiducia e certi di una sicurezza che va rapidamente sparendo.
A questo punto, dopo l’ennesimo furto nel bar Tabarrini, che di notte è illuminato a giorno, avvenuto poco tempo fa mi sono chiesto e credo di non essere solo a fare domande del tipo: quando ne prenderemo almeno uno, di questi ladri di polli?
Quanto ci mettiamo a sgominare la banda dei bar? Possibile che non si riescano a prendere questi ruba-galline? Perché è di questo che si parla, non di malavitosi organizzati, ma di un branco di sbandati che si divertono così, che di notte corrono in auto a tutta birra, sfidando l’impunità e le forze dell’ordine, tornando anche la sera dopo, nello stesso posto dove avevano già rubato.
“Casualmente”, ma non è così, furti, rapine e altro aumentano in proporzione al numero delle persone che entrano ogni giorno in territorio. Casualità? Chi fa i controlli? A quando un censimento della popolazione? A quando un controllo nelle attività, dove gente di ogni razza e provenienza lavora spesso sotto gli occhi di tutti?
A quando una verifica nelle aziende per capire quanti sono in regola e quanti no? Solo sapendo chi abbiamo in casa, potremo tutelare le persone per bene e difenderci da quelle che non lo sono!
La Gendarmeria, la Polizia, e la Guardia di Rocca sono disposte a tollerare ancora per molto questi episodi che fanno perdere fiducia a noi e anche a loro, e che sono un segnale che il peggio deve ancora arrivare?
Quali misure si stanno prendendo? Se sono state già prese, perché non rendere pubbliche quelle che devono servire come deterrente?
Perché non mettere una pattuglia di notte ad ogni confine? Perché non mettere almeno 4 pattuglie in giro sulle strade mentre le altre chiudono i confini? Si sta facendo un lavoro di intelligence, che altro non è che il dialogo continuo tra i 3 corpi e lo scambio di informazioni istantaneo con le autorità italiane locali? A cosa ci serve l’Interpol?
Si è pensato di dare anzitutto tranquillità alle nostre divise, garantendo loro stipendi, contratti di lavoro, gratifiche ed incentivi, togliendosi dalla testa che non possono essere equiparati ad un postino o altro?
Ed infine, i nostri uomini sono stati forniti o sono in arrivo mezzi adeguati oppure pensiamo di inseguire ladri e malfattori con macchine che hanno mezzo milione di chilometri, con le gomme lisce e altro ancora?
Perché non prendere cani poliziotto da usare ai confini? Perché non pretendere che vi siano almeno un certo numero di Gendarmi o altri Agenti residenti con le loro famiglie in ogni Castello, naturalmente con crediti agevolati per la casa e altro ancora?
Cosa aspettiamo? Che San Marino diventi un posto come centinaia di comuni italiani in mano alla malavita? I nostri vecchi ci hanno lasciato un paese pulito, ordinato, in cui un furto era un evento da ricordare, noi riusciremo a ridare ai nostri figli il paese che avevamo ereditato?
E’ il caso di intervenire, senza aspettare di subire quello gia sta toccando ad altri.

Analisi a 360 gradi sulle politiche energetiche

di Gerardo ing. Giovagnoli
Gruppo politiche energetiche PSD


Appena fuori il nostro confine si può notare la proliferazione di pannelli solari sui tetti delle abitazioni. Sui giornali impazzano pubblicità riguardanti tecnologie per il risparmio energetico, idrico e l’utilizzo delle rinnovabili, indicando un fermento nuovo ma ormai affermato. Non vi pare che San Marino sia rimasto nel passato su tali problematiche? Questo è successo perché non si disponeva di uno strumento normativo di incentivazione o vincolante sui requisiti energetici minimi, per esempio sull’isolamento termico degli edifici, ed era anzi vietato produrre energia da pannelli fotovoltaici e scambiare energia con la rete.
Questo quadro sarà presto messo in archivio: una Legge su questi temi è stata approvata ed entro l’autunno si disporrà di tutti i decreti attuativi necessari.
Cosa significa questo in poche parole? Significa che un qualunque edificio nuovo o in forte ristrutturazione dovrà essere progettato per evitare sprechi dal punto di vista dell’energia occorrente per mantenerlo ad una temperatura confortevole: una casa “media” progettata finora consumava mediamente 15-20 litri di gasolio all’anno per ogni metro quadro da riscaldare; con le nuove disposizioni se ne consumeranno circa la metà, e lo sforzo per ottenere questo è in realtà limitato, è sufficiente studiare meglio la coibentazione dell’edificio e il rendimento degli impianti. Quanto costa tutto ciò? Pochi punti percentuali sul costo di costruzione: un piccolo sforzo economico per ottenere un grande beneficio in termini energetici, quindi ambientali, che poi diventa anche un beneficio economico. Considerando che le tariffe energetiche saranno sempre più alte (vedi il costo del barile di petrolio) ogni intervento fatto oggi, domani varrà molto di più: un investimento energetico che diventa investimento economico.
Le classi energetiche che saranno definite a breve premieranno economicamente il proprietario con incentivi e con una targhetta che certifica la qualità dell’edificio: si innescherà così anche una cultura del risparmio e un mercato che altrove sono già una realtà, andando a favorire ulteriormente la diffusione del concetto di eco-compatibilità domestica.
Ancora più innovative sono le incentivazioni degli impianti solari termici, fotovoltaici, geotermici, di recupero dell’acqua piovana o delle acque grigie, che saranno determinate a breve per decreto: lo stato darà una mano a quei cittadini che vogliono rendersi parzialmente indipendenti per la generazione di calore o energia elettrica. Queste installazioni nel nostro paese si contano su due mani, in Italia dove gli incentivi sono attivi da anni vi è stata una esplosione del mercato e sugli impianti fotovoltaici si contano 1000 nuove installazioni al mese. Finalmente anche da noi i costi, alti, di tali impianti saranno parzialmente coperti da incentivi calibrati e multipli: finanziamenti in conto capitale, prestiti a tasso agevolato, abbattimento della monofase sono alcuni strumenti presi in considerazione.
Tutto questo ha preso avvio da una analisi, il primo Piano Energetico della Repubblica di San Marino, che ha svelato una lunga serie di peculiarità del nostro Stato: totale dipendenza energetica, preponderanza dei consumi industriali su quelli domestici, mancanza di qualità energetica degli edifici, mancato utilizzo delle rinnovabili, consumi e costi di approvvigionamento in costante e cospicuo aumento. Risultanze necessarie per poter valutare le migliori azioni da intraprendere nel nostro paese, evitando errori o false promesse: nei prossimi anni non si potranno raggiungere risultati a due cifre sul risparmio energetico o sulla produzione percentuale da rinnovabili. Si indicano invece obiettivi più modesti ma raggiungibile di produzione da rinnovabili del 4% e di risparmio del 15% entro il 2011; può sembrar poco ma l’elemento importante è l’aver definito un percorso chiaro verso la direzione della eco-compatibilità e della consapevolezza dei costi energetici.
Questo comporterà una vera e propria rivoluzione culturale, che sarà sicuramente condotta dalle nuove generazioni, una rivoluzione resa necessaria da emergenze ambientali ed entro breve economiche. Un cambiamento che deve essere visto come una risorsa, una opportunità per l’innovazione e per l’economia.
Si parla in questi mesi di creare anche in Repubblica un Parco Scientifico Tecnologico, rivolgo allora al Rettore dell’Università ed alle Segreterie di Stato competenti una provocazione: perché non invitare le aziende e gli attori più importanti su questo mercato? Perché non rendere riconoscibile San Marino per l’innovazione e l’impegno delle sue aziende su questi temi? Sarebbe inoltre un ottimo veicolo di sviluppo delle professionalità che i giovani sammarinesi stanno sempre più acquisendo: conosco tanti giovani studenti di ingegneria, matematica, o di materie scientifiche in generale, che troverebbero collocazione immediata in un progetto del genere; si dice spesso che i nostri giovani più preparati stentano a trovare le mansioni per le quali hanno studiato: direi che un Parco Scientifico e Tecnologico con vocazione “verde” possa rappresentare una risposta a queste necessità ed uno strumento per cogliere le opportunità che in futuro molto prossimo saranno offerte a chi si occupa di energie rinnovabili e risparmio energetico e soprattutto a chi si occupa di innovazione su queste tematiche.

Centrale Bio

di Augusto Gasperoni - Sinistra Unita

Vorrei parlare della vicenda Centrale del Latte, focalizzando l’attenzione sull’importanza di valorizzare la nostra piccola ma fondamentale filiera agricola.
Molti studi universitari in tutto il mondo hanno dimostrato che la produzione agricola convenzionale o industriale genera molteplici problemi, fra i quali: l’enorme diminuzione della qualità del prodotto, l’impatto negativo sull’ambiente in tutto il suo ciclo, partendo dall’utilizzo di fertilizzanti o diserbanti chimici i quali oltre a rendere i terreni artificiali, creano un danno all’ambiente, fino ad arrivare agli enormi costi per il trasporto e per i contenitori, quando il più delle volte superano il costo del prodotto, senza dimenticare che tutto questo partecipa considerevolmente all’emissione di CO2 nell’atmosfera ed ad incrementare il buco nell’ozono, senza trascurare il minimo guadagno per coloro che dedicano il lavoro vero, gli agricoltori.
In questi ultimi dieci anni in tutto il mondo ed anche nella vicina Italia, sono nate molte aziende a produzione biologica, aziende agricole a circuito chiuso, nel senso che non utilizzano fertilizzanti chimici, ma quelli naturali prodotti dai loro animali, aziende che producono loro stesse i foraggi per gli animali garantendo una alimentazione sana al bestiame.
Oltre a tutto questo, stanno nascendo punti vendita diretti fra produttori e consumatori, e ristoranti che utilizzano solo prodotti locali, i così detti ristoranti a CO2=0, in questo modo non solo si mangiamo prodotti più sani, ma salvaguardiamo l’ambiente e diminuiamo l’emissione di gas serra, in quanto la merce deve fare pochissima strada. Certamente gli economisti in larga scala non condividono questi progetti, ma credo che il futuro se si vuole vivere e mangiare sano, dovrà essere questo, dobbiamo ridare alla natura ma anche all’uomo i suoi tempi naturali, perché solo in questo modo potremo garantire un futuro a noi stessi ed alle future generazioni.
Ecco perché noi come SU abbiamo sempre creduto in un progetto diverso per la cessione della centrale del latte, dove siano coinvolti i produttori, tutti gli operatori del settore interessati, i soggetti della distribuzione sammarinese disponibili, ed anche altri soggetti ma tutti sammarinesi, per realizzare un progetto a filiera corta che garantisca la qualità del prodotto, immerso completamente nella nostra realtà agricola.
Certo, lo stesso principio lo riteniamo utile anche per gli altri settori agricoli, per cercare di risollevare tutto il comparto, perché si ritrovi l’interesse a svolgere questo mestiere, ed invertire la tendenza che si è avuta in questi ultimi decenni, dove si è privilegiato la speculazione, chiudendo stalle o attività agricole, con la scusa che facevano cattivo odore.
Una produzione agricola biologica tutta sammarinese, potrebbe essere fondamentale anche per la nostra ristorazione, in quanto oltre la tipicità potrebbero vantarsi anche di utilizzare prodotti locali, e sarebbe un ottimo richiamo per tutto il settore turistico.
Il progetto industriale, che fortunatamente per diverse ragioni al momento è stato bloccato, ha tutte altre finalità, con il grande rischio di far morire del tutto il settore, di perdere definitivamente la tipicità dei nostri prodotti lattieri caseari, prevedendo volumi di lavoro 20 volte gli attuali con conseguenze enormi sulla circolazione stradale ed il rischio di creare ulteriori turbolenze nell’interscambio.
Non è possibile giustificare questo progetto industriale solo perché si devono mantenere tutti i dipendenti, quando sappiamo benissimo che essendo anche questa un’azienda pubblica, come tutta la Pubblica Amministrazione è stata gestita in modo più funzionale ai partiti che alle esigenze aziendali, ma forse qualcuno con queste scuse vuole giustificare i soliti affari per qualcuno a discapito della collettività.

...e i poli dove sono?

di Paolo Forcellini - Direttore …Ambiente

Tutti ormai ce ne siamo accorti, sammarinesi, residenti, forse anche le numerose badanti salite fin quassù per gestire i nostri “vecchi”, che San Marino sta vivendo un periodo politico a dir poco avvilente. Un periodo che si sperava finito dopo le ultime elezioni, dopo anni di ingovernabilità dovuta più alle bizze e alle bramosie di qualche “attore” che non a veri e serie divergenze politiche o ideologiche fra le parti. E proprio le ideologie sono oggi sotto accusa. Quelle ideologie che hanno contraddistinto partiti e personaggi storici della nostra politica, di un’epoca ormai passata, che hanno infervorato i cuori e amalgamato famiglie, ma che oggi servono purtroppo solo come paravento per giustificare ipocritamente l’attaccamento al potere di qualcuno o per poter accaparrare qualche voto in più degli ultimi nostalgici ormai anagraficamente in via d’estinzione. Eppure l’Italia dovrebbe insegnare, e alle ultime elezioni se ne è avuta la conferma , che vecchi ed obsoleti partiti , ormai sulla scena politica da un cinquantennio si sono disintegrati, i vecchi simboli ormai scomparsi, come in “ pensione” gli elettori hanno mandato i vecchi ed inamovibili marpioni che sempre hanno spadroneggiato nelle stanze dei bottoni. Una lezione che San Marino dovrebbe recepire e subito mettere in pratica. I piccoli partiti, i frustali della politica, si stanno accasando vista la loro inutilità e impotenza a poter imporre i propri programmi, chi coalizzandosi per far raccogliere i benefici formando un gruppo parlamentare, chi riallacciandosi al cordone ombelicale da cui si erano staccati. Molti ora si aspettano ora le “mosse”dei partiti tradizionali, più radicati nel nostro territorio, ancora titubanti sulla strada da intraprendere, sperando di vederli abbandonare i vecchi simboli e le stantie ideologie , ormai fritte e rifritte, per intraprendere nuove vie, attivare nuove strategie e finalmente scegliere con chi allearsi, per adeguarsi alla nuova legge elettorale. Sperando poi di vederli presentarsi all'elettorato con nuovi look , sì da dar vita finalmente a quei poli previsti , possibilmente uno di destra ed uno di sinistra, se preferite di centrosinistra e di centrodestra , che diano agli elettori la sicurezza e la tranquillità di aver fatto la scelta voluta , e non vedere il proprio voto tradito da meri calcoli di opportunismo politico. Ma purtroppo vedendole le grandi manovre di questi ultimi tempi , tale bipolarismo sembra ancora lontano…troppo lontano . Ancora c’è chi tenta di mischiare le carte. Chi presi i voti da destra vorrebbe andare a sinistra e viceversa, chi avutoli dai centristi guarda ora da una parte ora dall’altra. Insomma tutto come prima , anzi peggio di prima. Solo che i sammarinesi questa volta prima di apporre la propria croce su una scheda vogliono vederci chiaro! Basta con i giochetti, quelli ormai appartengono al passato!

venerdì 2 maggio 2008

Meritocrazia o titolocrazia?

Silvia Della Balda (dipendente settore privato)

Alcuni giorni fa è stato dato ampio spazio dalla stampa locale a una polemica nata per la promozione a dirigente di un dipendente pubblico senza laurea, livello retributivo raggiungibile per titolo di studio.
Personalmente, al di là del caso specifico che non conosco, mi auguro che l’episodio apra una riflessione sulla carriera nella Pubblica Amministrazione e un ripensamento del sistema.
L’ingresso nella PA è visto come il raggiungimento di un obiettivo che non ha altri fini se non uno stipendio alto e assicurato, indipendentemente da come e quanto si produce, e un orario di lavoro che garantisce 2 soli pomeriggi di impegno, contro i 5 degli altri lavoratori.
Eppure la Pubblica Amministrazione è la più grande azienda del Paese, assorbe oltre il 90% della spesa pubblica: non dovrebbe essere, anche solo per quanto ci costa, simbolo di eccellenza e funzionalità nei servizi che è tenuta ad offrire ai cittadini e alle imprese? E come può farlo se la scelta dei dirigenti non è libera? Se ai dipendenti non viene concesso di lavorare per dimostrare quanto valgono e poter fare carriera, indipendentemente dal titolo di studio?
Conosco pubblici dipendenti validi ed esperti, che portano avanti alcuni uffici facendo anche quanto non fa il proprio dirigente, magari hanno ricoperto anche quel posto in vacanza di titolarità, ma non lo hanno potuto mantenere per mancanza del titolo di studio.
Credo che lavorare nella PA debba cominciare ad assumere un concetto diverso, debba poter significare l’inizio di un cammino di crescita e valorizzazione professionale che possa portare anche a promozioni.
Sinceramente mi scandalizza più la nomina a dirigente di un giovane, magari anche senza esperienza in materia o nella specifica mansione/funzione, basata sul solo titolo di studio, piuttosto che la nomina a dirigente di un dipendente già in ruolo, con doti, capacità e meriti personali provati e riconosciuti nell’espletamento del proprio lavoro.
Il sistema deve cambiare. La selettività, anche nella Pubblica Amministrazione, non può essere vista con sospetto, ma come opportunità di crescita professionale.
Si intende che do per scontata la maturità della nostra classe politica e il senso dello Stato di cui dovrebbe essere permeata.

mercoledì 30 aprile 2008

La sfida

di Marisa Neri - Membro Direttivo USC

“Protagonista nella propria vita è colui che ha il proprio volto che è unico e irripetibile”
Luigi Giussani

Martedì 22 aprile ho partecipato al convegno organizzato dall’associazione Osla per la presentazione del progetto McKinsey.
Ho ascoltato con attenzione e senza alcun preconcetto. Mi è piaciuto molto sentire dall’Ing. Baldanza di McKinsey pronunciare premesse che assumono un valore molto rassicurante, come:
- Il progetto è stato elaborato nella massima libertà di pensiero che non è influenzabile.
- L’importanza di consolidare il progetto con il fare delle cose.
Concetti questi che catturano psicologicamente ed emotivamente in modo forte, mi sono sentita coinvolta e disposta con fiducia che si è raffreddata quando sono stati citati ad esempio dei loro interventi luoghi come: Dubai, Singapore, Inghilterra, Germania dell’Est, buoni per sottolineare la notorietà ed il prestigio della società proponente, meno buoni come esempio da importare.
Certamente sono molti gli spunti contenuti nel progetto McKinsey da prendere seriamente in considerazione e tali da imporci il massimo sforzo per tradurre le idee in opere, al fine di utilizzare le risorse di cui disponiamo per creare una ricaduta virtuosa sull’intero paese.
Prendere alla lettera tutto ciò che ci è stato illustrato diventa difficile. Come non andare con la memoria, nel momento in cui si prospetta un campo da golf, alle esperienze già praticate da altri: vedi Riviera Golf Resort Srl, attualmente in liquidazione e la cui documentazione è pubblicata sul sito www.asterimini.it.
Di casa da gioco si è parlato fino alla nausea, è ora di superare i pro e i contro all’infinito. Diamo alla cittadinanza l’opportunità di esprimersi, si informi che la volontà è quella di distribuire azioni di quel 49% di minoranza alle persone fisiche cittadine sammarinesi, in ragione di quote minime che impediscano i colpi di mano e che assicurino nel contempo un utile spalmato su tutti. Si promuova quel referendum che aleggia da tanto e la cui risultanza detterà in modo inequivocabile il proseguo.
Entro dicembre 2012 la creazione di nuovo collegamento Italia/San Marino. Di tutto ciò che ho ascoltato questa è la notizia più importante. Un paese che, come il nostro, può contare esclusivamente sulla Superstrada come arteria di scorrimento veloce, compromessa in modo irreversibile, è destinato all’isolamento ed al declino.
Ho manifestato in più occasioni da anni questa urgenza ed ora, per la prima volta, trovo una traccia di condivisione. Se ci voleva McKinsey per indicarcelo, sia il benvenuto.
L’esplorazione dei contenuti della proposta McKinsey è solo all’inizio. Il governo ed i rappresentanti della società che ha ricevuto l’incarico hanno fatto la loro parte, presentandosi pubblicamente nella ricerca di una condivisione di intenti e di contenuti.
Ora la palla passa al Paese, a tutti i cittadini in primo luogo, che devono riservare un po’ del loro tempo per cercare di capire quali saranno le modificazioni e le prospettive da cogliere.
Altrettanto deve fare tutto il comparto commerciale, ricacciando indietro la paura che porta per stare al sicuro a dire solo dei NO!
Ciò che spero è evitare tanto rumore per nulla e contestualmente avere come pensiero portante l’irrinunciabilità, come dice Don Luigi Giussani, ad essere protagonisti nella propria vita, mostrando il nostro volto di Paese unico e irripetibile. Diversamente diventeremo nessuno.

martedì 29 aprile 2008

Ritrovo Lavoratori Serravalle, aggiornamenti

di Gastone Pasolini - Socio del Ritrovo Lavoratori Serravalle, Membro di Sinistra Unita

In un precedente mio articolo affermavo che aspetti come quelli legati alla vicenda Ritrovo di Serravalle/Fincapital non possono essere risolti col solito colpo di spugna. Così non è stato: il Congresso di Stato nella seduta del 7 aprile scorso ha approvato una convenzione che va a danneggiare in modo pesante la Fondazione. Ripercorro per sommi capi quanto accaduto.
Il 3 maggio del 1999 il Governo approva la convezione stipulata tra Ecc.ma Camera e Fondazione Ritrovo Lavoratori. Qualcosa non funziona. Tant’è che il 23 febbraio del 2004 il Congresso di Stato incarica l’Avv.ra di Stato, la Direzione Generale della Finanza Pubblica e il Presidente della Commissione di Controllo della Finanza Pubblica di procedere a una valutazione delle procedure legali e amministrative relative all’iter della pratica. Successivamente il Governo chiede alle Direzioni dell’Ufficio Progettazione e dell’A.A.S.P. di procedere alla verifica dei costi di costruzione dell’edificio. L’11 ottobre 2004 l’A.A.S.P. e l’Ufficio Progettazione inviano al Segretario di Stato per il Territorio e l’Ambiente la relazione richiesta. Il costo di costruzione stimato dai tecnici A.A.S.P., diversamente da quello contabilizzato dalla Fondazione – con documento del 23.09.2004 – pari a 2.805.972 euro, ammonta a 2.009.000 euro.
Qui sorgono delle domande. Perché nella ristesura della convenzione non si è tenuto conto della differenza tra i due totali di costo? Perché l’Ecc.ma Camera paga a Fincapital più di quanto stimato dai tecnici A.S.S.P.? Di fronte a questi dati discordanti, perché non si è fatta luce attraverso il Tribunale o una commissione di inchiesta? Perché il Governo ha onorato un impegno verso una società privata a fine di lucro – v. Banca del Titano, costata alla collettività circa 15 milioni di euro – assunto da un governo precedente, benché la delibera fosse impugnabile? E perché, allo stesso modo, non onora l’impegno con la Fondazione? Perché nella ristesura della convenzione il Governo mantiene l’articolato che gli fa gioco e modifica in negativo quelle parti che riguardano il Ritrovo? Perché non si rispetta per intero l’articolo 6 della convenzione del ‘99 nel quale si affermava che la proprietà del piano primo sottostante sarebbe stata attribuita in via esclusiva al Ritrovo, sul quale non sarebbero dovuti ricadere oneri e spese di alcun genere? Perché nella nuova convenzione che dovrebbe andare a sanare le incongruità, s’insinua anche Fincapital, società estranea all’accordo tra Ritrovo e Ecc.ma Camera?
Come già ho affermato, ritengo che il Governo avrebbe dovuto onorare l’impegno. Ma non con la formula usata per Banca del Titano, che ha visto buttar via denaro pubblico. L’Ecc.ma Camera avrebbe dovuto pagare a Fincapital quanto stimato dai tecnici A.A.S.P. – più naturalmente gli interessi maturati. Non si può accettare che per chiudere la telenovela si debba pagare quanto chiesto dalla Finanziaria, penalizzando il Ritrovo. Se il Governo non ha forza e volontà necessarie per cambiare metodo, torno a suggerire che lo Stato paghi a Fincapital i 350.000 euro di differenza e che si appropri dei due negozi concedendone l’uso al Ritrovo.
Ricordo ai membri del Congresso di Stato che il Ritrovo dei Lavoratori non aveva chiesto la ricostruzione, ma la ristrutturazione dell’edificio; un edificio, che al contrario di quello attuale, aveva un piano fuori terra e una superficie calpestabile di 480 metri quadri. La demolizione/ricostruzione l’ha voluta e chiesta il governo di allora.
Si rispetti almeno quanto previsto dall’articolo 6 della convenzione del 1999. Questo è il minimo che si possa chiedere ad un Governo di cui fanno parte dirigenti socialisti e comunisti, oggi militanti nel PSD e in Sinistra Unita, espressioni di due partiti che dal 1945 al 1954 erano, assieme alla Confederazione Sammarinese del Lavoro, alla testa delle iniziative politico-associative. Voltare le spalle alla Fondazione significherebbe anche mancare di rispetto verso quei lavoratori, operai e contadini che con enorme sacrificio contribuirono alla costruzione del Ritrovo soltanto per avere uno spazio in cui socializzare, discutere dei problemi del Paese, del proprio futuro e di politica. Guardando a questa vicenda è davvero difficile riconoscere nei partiti di centro-sinistra traccia dello spirito solidaristico di quegli anni; e fa molto rumore anche il silenzio della Confederazione del Lavoro. PSD e Sinistra Unita sembrano non rappresentare più i valori ideologici di allora e neanche più quei valori espressione degli ideali del socialismo.
A questo punto ritengo opportuna una riflessione: suggerisco un incontro politico di maggioranza per una decisione definitiva e concordata che non penalizzi ulteriormente la Fondazione Ritrovo Lavoratori di Serravalle e che possa superare in modo positivo la soluzione che il Governo sembra volere adottare. Una soluzione che mi porta a dire – anche se a malincuore – che il Governo dimostra di essere forte con i deboli e debole con i forti.

lunedì 28 aprile 2008

PSD e primo Maggio: uno ''strano'' augurio

di Marino Antimo Zanotti
Rinnovamento e Trasparenza

In questi giorni le poste stanno consegnando una cartolina a tutte le famiglie sammarinesi, raffigurante Charlot in «Tempi moderni».
La cartolina è del PSD (partito dei socialisti e dei democratici) in occasione del PRIMO MAGGIO e, come la nuova comunicazione insegna, molto sinteticamente afferma: «Sui diritti dei lavoratori non si può tornare indietro – il PSD guarda avanti».
Mi coglie un sorriso improvviso da paresi facciale, perché mi passano davanti agli occhi i ricordi di questi ultimi anni in cui il PDD+PSS=PSD ha tentato di dilapidare tutti quei DIRITTI conquistati con tante battaglie dalla SINISTRA e impunemente citati dalla cartolina.
Mi viene in mente tutto il percorso della Legge 131/2005 sulle politiche del lavoro, uscite dalla mente di dirigenti politici molto più “severi” degli imprenditori nei confronti dei lavoratori dipendenti, aiutati dal sindacato più retrivo e inconcludente della storia.
Ricordo bene i 3 NO di quel partito contro i referendum sul lavoro, per difendere i “contratti interinali” e quelli delle false consulenze senza diritto alcuno.
Ricordo l’avversione a difendere il potere d’acquisto perché legare gli stipendi alla variazione dell’inflazione tendenziale annua venne ritenuto patrimonio del passato. Così come combattere il lavoro nero giudicata affermazione pleonastica ma poi nulla si fa.
Ma non siamo più in campagna elettorale, quindi voglio usare il giudizio di alcuni lavoratori che qualche settimana fa hanno restituito la tessera, rinunciando anche alla contribuzione dello 0,40, lo farò con le parole di una lettera inviata al Segretario Generale CDLS, confederazione prossima al Congresso: « Il lavoro interinale (art.17) e i famosi co.co.pro. (art.18) sono tra le forme di lavoro più indegne di un Paese democratico, legate soltanto alla volontà di porre nelle mani dei datori di lavoro uno strumento che li agevola nel reperimento di manovalanza sollevandoli dall’onere della formazione, delle ferie, della malattia, ecc. … il caporalato legalizzato: un balzo indietro nel tempo di 50 anni!!!»

Caro PSD, è difficile guardare avanti dopo aver compiuto questi passi. Si rischiano le vertigini! È come trovarsi davanti a un baratro senza sapere da dove si è venuti.
Dimenticare le proprie origini è la causa maggiore del disorientamento di certa sinistra.

venerdì 25 aprile 2008

Per chi suona la gran cassa

di Ettore Mularoni

Ho atteso una settimana per decidermi a scrivere questo comunicato stampa, perché mi fa sempre male parlare in maniera negativa della gente che vive e circola nel mio Paese. Ma ora mi sento in dovere di farlo perché è giusto che si sappia che razza di mascalzoni girano per le nostre strade. Venerdì 18 aprile u.s. eravamo tutti al teatro concordia di Borgo Maggiore in attesa di fare la prova generale dello spettacolo Locomix. Mancava solo la band musicale. I musicisti sono arrivati alla spicciolata. Arriva anche il batterista che comincia a scaricare dalla sua auto le molte parti di cui è composta una batteria. Aveva parcheggiato nella stretta, nascosta, via del fontanone, che costeggia il teatro concordia e stava facendo uso della scala che dalla via porta direttamente nella platea del teatro. Gli restava da portare sul palco solo la gran cassa della batteria. Il pezzo più grosso, pesante, molto pesante, e costoso. Il musicista la appoggia sulla buia strada in cima alla scala; accende l’auto; fa 50 metri; la parcheggia; ritorna e la gran cassa è sparita. Sono passati trenta secondi, al massimo un minuto da quando il pezzo è rimasto incustodito su una strada in cui non passa nessuno se non è del posto o non ha seguito la sua preda. Un pezzo che, come detto, ha un notevole valore economico, ma soprattutto affettivo per chi la possiede e ci lavora. Vergogna! Mi vergogno di essere sammarinese in certi frangenti. Si perché qui non si tratta di extracomunitari, qui è stato qualcuno che conosce bene la zona, è troppo nascosta per un ladro forestiero occasionale. E’ stata una pessima figura fatta agli occhi di chi viene da fuori i nostri confini per fare un servizio in una iniziativa in cui si cerca di valorizzare San Marino e l’essere sammarinesi. Il mio orgoglio di cittadino si è mescolato con un sentimento di profonda amarezza. Come ci siamo detti quella sera dopo l’accaduto “a questo punto a San Marino può succedere veramente di tutto” e non ci riferivamo ovviamente a cose di cui andare orgogliosi.

Come passare dai sardoni all’aragosta

di Paolo Forcellini

Sentendo i commenti ed i pareri di chi ha avuto la fortuna di assistere alla presentazione fatta dall’Osla del piano McKinsey, non si può rimanere che affascinati e cominciare a sognare finalmente una San Marino nuova, una San Marino più vivibile e meta di un turismo da “nababbi” e non più di quel turismo che da sempre l’ha contraddistinta, quello del mordi e fuggi e dei souvenirs, che anche i vù cumprà sulle spiagge o lungo le vie spesso sono costretti svendere perché non interessano più a nessuno. Possiamo cominciare a chiudere gli occhi e vedere lunghe e lussuose auto dalle Aston Martin alle Ferrari dalle Bentley alle Porsche sfilare dinnanzi alla Porta del Paese, dove intanto il bar Giulietti e la Torretta sono diventati ritrovi da far invidia a quelli della quinta strada di New York, per recarsi chi alla sala Bingo , chi alle Slot Machine chi, accompagnato da donne affascinanti che sprigionano femminilità da ogni poro, in uno dei due Casinò previsti nel Centro Storico. Per chi non ama il gioco d’azzardo, eccolo parcheggiare l’auto davanti a qualche mega Hotel a cinque (o sei) stelle , dove poter dare una “radanata” al proprio corpo nelle attrezzate beauty farm. Per i giovani e meno giovani che amano lo sport ci sarà in territorio un campo da golf a 18 buche , tenuto sempre verde da un sistema di irrigazione che funzionerà anche in emergenza idrica, 18 buche costruite sui costosi terreni edificabili e non, che i proprietari per amor di patria avranno donato alla Ecc.ma Camera, perché il campo si potesse realizzare. Possiamo finalmente cominciare a sognare negozi stupendamente ristrutturati degni di una Plaze Vendome, che mettono in bella mostra abbigliamento, calzature, accessori, gioielli delle migliori firme mondiali, e le vie del Centro Storico gremite sino a tarda notte, di chi uscito dalle sale da gioco, vincente o perdente, con le tasche piene o vuote, fa quattro passi prima di coricarsi. Ma i sogni sono sogni e la realtà è quella che ci riporta per fortuna con i piedi a terra .
Nessuno dubbio sull’utilità e sulla grande professionalità con cui è stato redatto questo piano di risanamento di San Marino, come nessuno dubita della necessità di una immediata attuazione e di una ristrutturazione totale della Capitale e del rilancio del suo comparto commerciale e turistico. Un piano qualificato e non più rinviabile, che denota una ottima conoscenza della realtà Monegasca ma che purtroppo presenta qualche carenza su quella sammarinese. Un piano che se da un lato può essere condiviso nella maggioranza delle sue proposte, pur con le dovute correzioni e adeguamenti alla nostra realtà, non troverà molto d’accordo la stragrande maggioranza dei sammarinesi, quelli veri, quelli che della sammarinesità ne hanno fatto ragion di vita., sulla concessione di residenze facili o mirate che siano, che andranno ad incrementare la già alta densità di popolazione con gli annessi e connessi del nostro paese. No ! Quelle proprio non vanno giù , anche perché non si capisce perché un Americano o uno Svizzero o un Francese debbano scegliere una residenza a San Marino piuttosto che in Florida, Ginevra o sulla Costa Azzurra . Se poi a richiederla fosse un italiano per cercare di risparmiare quattro euro sulle tasse, aggraveremmo i nostri già deteriorati rapporti diplomatici con la Farnesina. Allora cosa servono tanti nuovi residenti ai quali poi si vorrebbe, da parte di qualcuno, dare diritto di voto anche se per ora, per le sole amministrative ? Non voglio neppure pensarci che potremmo un giorno arrivare a 50.000 residenti in Repubblica con 850 abitanti per kmq …dei quali soltanto il 50 % cittadini sammarinesi .Così sì che ci avvicineremmo alla realtà Monegasca !