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mercoledì 11 novembre 2009

Fumus persecutionis


di Pier Paolo Guardigli
Recentemente sono passati un paio di servizi su RTV in cui Mario Fantini si è tolto diversi sassolini dalla scarpa, chiarendo molto bene la posizione della Carisp e del suo gruppo dirigente. Ritengo che questi due importanti passaggi televisivi non siano stati raccolti con la sufficiente attenzione né dalla nostra politica né dalle istituzioni finanziarie, e temo di capire il perché.

Fantini, infatti, ha lanciato diverse frecce avvelenate col suo arco potente, sia verso il sistema giudiziario italiano, sia verso i rapporti tra Banca d’Italia e San Marino, sia verso la stampa locale sia, infine, nei confronti dei responsabili politici del nostro Paese. Ma vediamoli assieme più approfonditamente.

Anzitutto la breve cronistoria, che prendo a prestito dal bel servizio di RTV: “Parla Mario Fantini. L’ex amministratore delegato della Cassa di Risparmio e Presidente di Delta è tornato in libertà nei giorni scorsi dopo sei mesi trascorsi agli arresti domiciliari disposti dalla Procura di Forlì”. (…) “Riciclaggio di denaro e posizione dominante non consentita nel controllo di Delta. Sulla base di queste due ipotesi di reato, la Procura di Forlì ha arrestato lo scorso 3 maggio i vertici della Cassa di Risparmio e di Delta. Per Mario Fantini non è stato solo un attacco alla Cassa di Risparmio, ma un attacco al paese”.

Fantini nella sua intervista parte subito lancia in resta affermando con piglio deciso che “a San Marino c'è stato lo scarica barile”, che sui giornali si sono lette “tutte le nefandezze di questo mondo”, affermando perfino nelle accuse che “la Carisp è un'associazione a delinquere” ma – sostiene l’ex Amministratore delegato – “nessuno si è preoccupato di rispondere”, mentre invece secondo lui “tutti avevano il dovere di arrabbiarsi come delle belve”.

Da questo incipit si evince, a mio avviso, tutta l’amarezza di un uomo (anzi, degli uomini) che sono stati letteralmente abbandonati nelle mani di un sistema giudiziario, quello italiano, sistema che guarda caso, proprio in questi giorni, è oggetto di critiche forti e severe da ogni parte, a causa della sua inadeguatezza, della presunta ingerenza nella politica e dei preoccupanti e gravissimi ritardi nei diversi gradi di giudizio.

Non a caso nella vicina Italia (che tanto spesso ci accusa di leggerezze varie) si parla da tempo e con insistenza della necessità di una profonda riforma del sistema giudiziario nel suo complesso, segno che nell’ambito della loro magistratura e delle loro procure, le cose non vanno poi così lisce come vorrebbero far credere a noi poveri montanari distratti.

Malgrado ciò, ha ragione Fantini, nessuno si è peritato di alzare il dito e chiedere sommessamente la parola per pretendere - nei confronti della nostra gente, di istituti storici della nostra finanza, da sempre considerati benefici e benemeriti - il rispetto dovuto dalla vicina Italia e soprattutto dalla vicinissima Forlì.

L’atteggiamento che ha prevalso è stato proprio quello dell’ancillare e supina accettazione delle accuse mosse, con l'inconfessato sospetto che fossero tutte fondate e magari celandosi dietro la pretestuosa frase di rito “rispettiamo il corso delle indagini della magistratura italiana”. Quasi come se porsi il dubbio che ci fosse qualcosa di diverso dietro ad un’accusa così infamante come quella di riciclaggio (frutto ad esempio di una semplice diversa interpretazioni delle norme che regolano i flussi finanziari fra i nostri due Paesi) non fosse lecito e legittimo. Quasi che chiedere maggiori garanzie a tutela dei nostri concittadini o dirigenti delle nostre massime istituzioni bancarie, non fosse moralmente degno o giuridicamente e diplomaticamente accettabile.

Fantini prosegue nella sua lucida ed illuminante descrizione dei fatti, affermando che secondo lui si è trattato di un “attacco al Paese” frutto di un “incrocio di interessi”. Ritiene di poterlo dimostrare ricordando a tutti che si è trattato del primo ed unico caso in Italia nel quale l’intero management di un gruppo finanziario è stato messo agli arresti, pur avendo conosciuto l’Italia fior di scandali finanziari ed economici nel corso degli ultimi cinquant’anni, ben più gravi di quello addebitato alla Carisp.


Aggiungendo a riprova il fatto che “il mezzo fermato, da cui è originato l'arresto, viaggiava da anni ed anni in quel modo ed era a conoscenza di tutti, Banca d'Italia e procura compresa, quindi quello che è apparso un blitz era una sorpresa creata semplicemente a scopo mediatico”, e chiedendosi come mai dopo 18 mesi dalle infamanti accuse di coinvolgimenti mafiosi nessuno abbia offerto lo straccio della benché minima prova.

Fantini ritiene giustamente tutto ciò “un fatto eccezionale dai presupposti enormi, un attacco vero e proprio che va esaminato come tale”. Purtroppo a nessuno è venuto in mente, in questo lunghissimo anno e mezzo, che in effetti di questo si trattasse: cioè un frontale, ingiustificato, arrogante e violentissimo attacco non alla Carisp, non a Delta, bensì a San Marino tutta, come poi l’atteggiamento riservatoci nei giorni a seguire sia dal governo italiano che dalla stampa hanno ampiamente dimostrato.

Dunque, sostiene Fantini in sostanza, non si sono difesi gli uomini né le istituzioni, ma cosa ben più preoccupante, non si è compreso che questo attacco ‘laterale’ a Carisp era, nella più classica ed efficace delle strategie di battaglia, una mossa astuta per effettuare un'aggressione frontale e finale alla Repubblica intera. Come dargli torto?

Fantini è giunto ad un’età venerabile e per ciò, in chiusura della sua esternazione televisiva, afferma mestamente di avere, a questo punto, un solo grande rammarico: quello di non poter ambire ad alcuna possibilità di riscatto, dati i tempi biblici della giustizia italiana, definendo semmai questo fatto come “l'atto più delinquenziale che possa esserci”. Fossi suo figlio, giurerei vendetta. Da semplice cittadino, invece, mi chiedo quando e come si riuscirà a consumare questa vendetta e questo riscatto da parte del mio Paese.

E’ grave e colpevole non capire che qui non si tratta solo di una persecuzione giudiziaria nei confronti di quattro degnissime persone, che non è questione di chiedere guarentigie per chicchessia, che non si deve solo reagire ad una ignobile gogna mediatica; si tratta invece anzi tutto di tenere bene a mente che con l'esercizio dell'azione penale, mossa da una mera ipotesi di reato, il pubblico ministero avvia un processo, di cui egli diviene semplicemente una delle parti; l'altra è l'imputato.

E allora non è comprensibile come tutti (o forse solo i terribili giustizialisti) scelgano di stare ‘dalla parte’ della procura di Forlì e non da quella degli imputati (riservata ai soli garantisti). In uno Stato di Diritto, libero e democratico, ogni cittadino deve poter godere della presunzione d'innocenza fino al terzo grado di giudizio.

Suvvia! Non lasciamoci tutti accecare da questo intenso, orribile e maleodorante fumus persecutionis, e cerchiamo di reagire al perfido accerchiamento che sta strozzando, assieme alla nostra economia, anche la sovranità, l'indipendenza e la democrazia del nostro Paese.

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mercoledì 24 giugno 2009

Lettera aperta al Direttore di RTV Carmen Lasorella

di Pier Paolo Guardigli - Direttore di SanMarinoNotizie.com

Egregio Direttore (o, se mi consente, gentile Signora), alcuni Suoi interventi, sia sulla stampa locale che sul sito della RTV, mi suggeriscono alcune riflessioni che vorrei sommessamente sottoporLe. Premetto che suonano come musica alle mie orecchie alcune Sue affermazioni, che per chiarezza e giovamento della ripetizione, estrapolo qui di seguito

“La San Marino Rtv, che ha una storia di quasi venti anni e le sue criticità, un bacino di emissione limitato, ma un organico esteso, (non sempre per necessità aziendali) sicuramente dovrà attrezzarsi per nuove sfide”. “Non si può pensare solo all’utenza sammarinese e in un linguaggio per iniziati. I fatti sammarinesi devono essere leggibili dall’esterno e il mondo esterno deve entrare a San Marino”. “L’informazione deve fare la sua parte: la denuncia, la vigilanza, ma deve sostenere anche i processi di trasformazione in atto. Inoltre, i grandi temi: i diritti umani, i cambiamenti sociali, per non parlare degli interrogativi etici e la sfida della solidarietà devono poter entrare nel dibattito anche di questa realtà. Non credo, che ampliare gli orizzonti significhi tradire la sammarinesità”.
Da membro del primo CdA della RTV, ruolo che mi ha offerto la grande opportunità di imparare molto e di sedere per alcuni anni a fianco di un grande giornalista a ‘Maestro’ come il Presidente emerito Sergio Zavoli, apprezzo la Sua ammissione di un certo affollamento, non sempre indispensabile, dell’organico aziendale. Mi auguro che sappia mettere ben presto mano a questo delicatissimo problema, ereditato più da una debolezza della politica che non di quella aziendale. Circa la criticità della modestissima estensione del bacino d’utenza, registro come la Sua intenzione di promuovere il satellite (strada che già tentammo di percorrere venti anni fa, ma senza successo) sia una proposta percorribile, oggi ancor più improcrastinabile ed interessante. Auguri.
Mi trova inoltre, caro Direttore, assolutamente solidale nell’impresa sisifica di aprire il mio paese al mondo ed il mondo al mio paese, anche attraverso il supporto di un’informazione matura e plurale. Credo che la Sua biografia professionale sia di assoluta garanzia di un successo su questa strada, quindi confido nella Sua capacità di far compiere ad RTV un salto di qualità significativo e tangibile, già nei prossimi mesi. Sebbene, mi permetta, temo che la condizione di monopolio della RTV non giovi affatto al percorso di crescita della pluralità. Comprendo che non è un Suo problema, bensì della politica e delle scelte di governo del paese, tuttavia anche su questa “criticità” auspico di sentire prossimamente un Suo autorevole e proficuo intervento. Oggi il nostro Segretario di Stato all’informazione ha espresso perplessità sull’effettivo pluralismo della carta stampata, dimenticando, ahimé, di esprimersi in merito all’informazione sull’etere: quantomeno sintomatico.
Mi permetto di suggerire una Sua maggiore attenzione allo strumento radiofonico. Temo, infatti, che la fruizione del canale televisivo sammarinese sia oggi piuttosto limitato alla fascia oraria dedicata all’informazione, testimoniando come il pubblico locale e limitrofo ritenga questa peculiarità più importante e significativa del resto della programmazione. Verrebbe da pronosticare una Sua intensificazione, da giornalista, di questo aspetto della programmazione, ma credo che saprà correggere questa Sua naturale vocazione. Sono invece persuaso che i nostri due canali radiofonici siano ampiamente sottoutilizzati rispetto al loro straordinario potenziale, e cerco di spiegarLe le ragioni.
Apprezzo il lavoro quasi ventennale dell’amico responsabile di quel settore, che già all’epoca delle prime trasmissioni seppe dimostrare la propria competenza e conoscenza dello strumento. Tuttavia trovo che la mancanza di un certo coraggio (lo definirei così) e l’assenza forse di nuovi stimoli professionali conducano ad un sostanziale immobilismo nella programmazione radiofonica. La radio, come sappiamo, ha un bacino d’utenza notevole e produce, per altro, anche interessanti utili pubblicitari. Il suo ascolto è consentito anche nei locali pubblici e nelle attività commerciali e professionali durante il giorno e durante il lavoro. Ha un potenziale straordinario soprattutto nel campo dell’informazione. Ecco, a mio avviso, gentile Direttore, questo “talento” è stato sotterrato, per dirla con la parabole evangelica, anziché essere propriamente investito e fatto crescere e maturare. Penso, ad esempio, alle programmazioni di radio come il canale Tre della Rai, con i suoi formidabili spazi informativi quali Radio Tre Mondo, una rassegna stampa di giornali e periodici stranieri, poi approfondita da ospiti e conduttori; lo storico Prima Pagina, che ogni mattina ci intrattiene con la partecipazione di un celebre giornalista (ogni settimana diverso) che sfoglia appunto le prime pagine dei maggiori quotidiani nazionali per poi commentarli con gli interventi telefonici degli ascoltatori; ma anche a Tabloid, dove sono le pagine interne dei giornali ad avere voce tramite intelligenti e simpatici conduttori, i quali accolgono mail ed sms dagli ascoltatori attenti; oppure al Faccia a Faccia, dove ogni settimana un giornalista diverso propone scambi quotidiani di opinioni sui fatti dell’attualità politica e di cronaca con ospiti illustri; ma pensiamo anche al mitico contenitore culturale di Fahrenheit, il cui coltissimo ed impeccabile conduttore storico (per altro, per pura curiosità, di madre sammarinese….) ci conduce attraverso percorsi librari straordinari; poi a trasmissioni dedicate al cinema, alla sacralità ed al religioso, alla lirica, ai radiodrammi, alla lettura di opere narrative, alla scienza, il tutto condito con ottima musica, non solo di origine ‘colta’.
Insomma, una straordinaria varietà di offerte, informative e culturali, sempre utili e talvolta superflue (ma è anche del superfluo che si dovrebbe nutrire la nostra conoscenza, come aveva ben intuito l’ironico Oscar Wilde), tanto per citare solo un canale dell’emittente ‘cugina’ Rai. Ma se volessimo ci sarebbero molti altri esempi, fra i quali uno dei più meritori è senz’altro il canale Radio 24, emittente del Sole 24 Ore, testata com’è noto di proprietà della Confindustria.
Ebbene, caro Direttore, con i nostri due canali disponibili, l’uno dedicato opportunamente alla trasmissione in diretta delle sedute del Consiglio Grande e Generale ed a una diffusione musicale di un pop di buona qualità, e l’altro dedicato a programmi di intrattenimento generalista, con forte impronta commerciale, la nostra radio sembra piuttosto scegliere un profilo minore, rinunciando alla missione di offrire un’informazione ragionata, approfondimenti, commenti giornalistici, con il coinvolgimento di altri giornalisti locali e non, contenitori culturali, programmi dedicati ad eventi significativi in ambito artistico, musicale, teatrale, cinematografico, tutti aspetti, per altro, di cui si può rintracciare una certa vitalità delle offerte sammarinesi, anche in ambito associativo e non solo della programmazione istituzionale.
Ritengo, infine, che oltre ad una corretta funzione informativa a 360° una programmazione radiofonica più attenta ed approfondita potrebbe assolvere anche a funzioni educative, per la crescita del livello generale dell’informazione sammarinese, stampa e web inclusi, e – perché no – per l’affinamento delle qualità di “radio ascoltatori” dei nostri concittadini, che troverebbero così nuovi spazi di partecipazione diretta.
Il mio è solo un modesto (e non richiesto) suggerimento, che le giunge però da un osservatorio privilegiato di un piccolo (che a San Marino poi diventa “micro”) editore, imprenditore della cultura e dell’informazione locali. La ringrazio per la Sua cortese attenzione.
Con una grande stima nella Sua persona e la riconoscenza per il Suo impegno nel mio paese, Le giungano i miei distinti saluti e la mia sincera cordialità.

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lunedì 15 giugno 2009

Giornalisti mondani e Mondani giornalisti

Ieri, per puro caso, facendo zapping su Sky, mi sono trovato sintonizzato su un programma che ha immediatamente catturato la mia attenzione: si trattava di una curiosa inchiesta sulla via della cocaina e sulla sua produzione colombiana. Il singolare “giornalista” che con arguzia, intelligenza, equilibrio, correttezza e soprattutto estremo coraggio conduceva l’inchiesta andata in onda nella rubrica “Panorama” della BBC (per me una delle migliori emittenti al mondo, fra quelle che ho avuto modo di vedere e seguire) si chiama Alex James e di professione è musicista.

James, infatti, è l’abile bassista della celebre britpop band “Blur”, e – come è facilmente intuibile – afferma di aver speso in passato almeno un milione di sterline in champagne e cocaina. Ora, mentre comprensibilmente quelli spesi nel petillant vino francese sembrano assai ben investiti, quelli dedicati alla polvere bianca devono fortunatamente avergli dato qualche problema, anche di coscienza, se ha deciso di sospenderne l’uso e dedicargli un’inchiesta dal titolo “Cocaine Diaries” andando personalmente in Colombia a capire alcune cose sull’origine della droga più esclusiva al mondo.
Partendo dal presupposto che si stimano almeno 800.000 consumatori abituali di cocaina in Gran Bretagna, James indaga sul traffico, dalla produzione alla distribuzione, rilevando come questo commercio illecito produca, oltre che ricchezze infinte, anche un numero elevatissimo di morti, ancor prima del suo consumo. La Colombia, infatti, uno dei maggiori Paesi produttivi e fornitori dei consumatori statunitensi ed europei, è il centro nevralgico di un “cartello” che gestisce i traffici illeciti ricavando enormi quantità di denaro, con un atteggiamento ancora troppo sommesso da parte del governo di quel Paese. Durante l’inchiesta James intervista il Vice Presidente della Repubblica Colombiana Francisco Santos Calderon, ma soprattutto lascia parlare i “campesinos” coltivatori della foglia, i gestori dei piccoli laboratori nascosti nelle giungla che realizzano la cosiddetta “coca basica”, utile a produrre la più raffinata cocaina che viene poi diffusa nel mondo (l’80% deriva proprio da lì). Poi a Bogotà, dimostrando un coraggio encomiabile, riesce anche ad intervistare un “dealer” locale, il quale poveretto una settimana dopo quella video intervista viene ucciso dai suoi colleghi malavitosi. Riesce ad accompagnare i corpi speciali antidroga dell’esercito colombiano durante una battuta che si svolge in territori impervi, nella quale riesce perfino ad intervistare l’informatore che conduceva quei militari ad un covo di produttori e distributori.
Insomma, davvero un’inchiesta meritoria e ben fatta, per la quale James non ha lesinato il suo coraggio, coniugandolo con un mai sottaciuto e gradevole senso dell’ironia, e mai giungendo a conclusioni o commenti personali, lasciando allo spettatore ogni possibile giudizio.
Ma ci si chiederà perché questo intervento su un programma televisivo d’inchiesta inglese? Nulla!
Mi sembrava molto interessante e soprattutto ben fatto, e quell’occasionale giornalista così mondano mi ha fatto ripensare ai nostri giornalisti professionisti “Mondani” e ad un’altra inchiesta televisiva che ho visto recentemente sul canale italiano RAI (di certo non una delle migliori emittenti al mondo) nella rubrica “Report”: che abisso di differenza, che distanza di stili culturali, che antipodi professionali, che lontananza di atteggiamenti morali, che contrasto fra un modo umile e modesto di svolgere il proprio lavoro (la propria missione?) e l’arroganza di presumere di sapere e capire tutto, sempre "da soli", come mi auguro finiscano certi nostri giornalisti “Mondani”…
Il Direttore di SMN

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lunedì 11 maggio 2009

IO AMO SAN MARINO

Di Pier Paolo Guardigli – Direttore di SanMarinoNotizie.com

Nella catena di controllo della democrazia di un Paese civile la politica ha un suo rilevante potere, ma ce l’ha anche l’informazione. Si afferma che il giornalista deve essere il “cane da guardia” della politica, ovvero fungere da attento osservatore e controllore delle dinamiche politiche. Ma è lecito chiedersi: e chi fa, allora, il cane da guardia dell’informazione? Mi auguro vivamente che nessuno risponda: la magistratura! Poiché in questo caso la catena di controllo (e di comando) finisce tutta nelle mani di un solo organo dello Stato, trasformandosi così da democrazia in magistratocrazia. Peggio sarebbe, poi, se a questa domanda si rispondesse ‘la magistratura’ e poi, per estensione del quesito, si dicesse che a sua volta questa dovrebbe essere controllata dalla politica, innescando così un circuito vizioso senza via d’uscita.
Il giornalismo d’inchiesta, perno fondamentale dell’informazione, si basa sul fatto che si debba offrire al lettore (ascoltatore o spettatore che sia) tutta una serie di documenti, di fonti, di testimonianze affinché questi possa farsi una propria, autonoma e fondata opinione sui fatti accaduti e descritti. Diverso, invece, è il giornalismo militante: in questo caso è l’opinione del giornalista (o della testata a cui appartiene) che prevale e le fonti, le testimonianze ed i documenti saranno utilizzati esclusivamente (e con abilità spesso artificiosa) a dimostrare la tesi pregiudizialmente sostenuta.

Nella trasmissione Report di ieri abbiamo assistito a questo genere d’informazione, portato per giunta alle estreme conseguenze, nel quale il solo scopo finale era quello di dimostrare una tesi precostituita e faziosa. Direi che ci sono riusciti perfettamente. Gli strumenti sono semplici: travisare non per “informare” ma per “deformare”, usando stratagemmi tecnici (il montaggio), la scelta delle risposte da mandare in onda, un uso ispettivo delle telecamere e (dulcis in fundo) la compiacente collaborazione della Guardia di Finanza e soprattutto della Procura di Forlì: mi chiedo, infatti, chi avesse mobilitato gli operatori di una sola trasmissione televisiva durante l’arresto degli indagati (e ricordo, concetto mai abbastanza ripetuto, che di “indagati” si tratta, e non già di colpevoli: saranno per fortuna altri a giudicare la colpevolezza o l’innocenza degli interessati, non certo le impietose, ideologiche e giustizialiste telecamere di Report).

Mi rincresce che molti (tecnici e politici) coinvolti nella trasmissione, e forse blanditi dalla prospettiva di avere un palcoscenico di rilievo internazionale, si siano fatti convincere a concedere un’intervista a chi, qualsiasi cosa essi avessero detto, aveva già formulato le proprie risposte per lo spettatore. Grave ingenuità, che non perdono a persone così esperte e navigate, con altissime responsabilità.

Questo mi dà l’agio, oltretutto, di esprimere qui la mia più sincera e sentita solidarietà a tutti gli indagati dalla Procura di Forlì, quelli di ieri e quelli di oggi; questo almeno fino a quando, passati per tutti i diversi gradi di giudizio, non verranno definitivamente dichiarati colpevoli (e nella speranza che la magistratura italiana si attenga a rigidi principi di equità, come ha già saputo fare la Cassazione, non dimentichiamolo!).

Non saranno né i giornalisti (o meglio ‘gazzettieri’) “militanti” dallo scandalo facile, né gli inquirenti con bizzarri teoremi precostituiti a farmi cambiare sentimento nei confronti del mio Paese. Io amo San Marino e credo che vi siano i presupposti affinché si possa riscattare il nostro plurisecolare buon nome. Ma ci vorrà il tempo, una pazienza certosina, il dominio dei nervi e soprattutto una volontà politica condivisa. Ecco, appunto, ‘condivisa’. E’ qui che si innesca il mio peggior dubbio. Avendo visto come, fra esponenti del governo ed altri dell’opposizione, si sia indugiato con astio in gravissime accuse reciproche, temo che lo spaccamento interno possa divenire l’unica efficacissima arma dell'aggressore esterno per soverchiare il nostro Paese, inondandolo di accuse infamanti (collusione con la mafia, riciclaggio, istigazione all’evasione fiscale, concorrenza sleale e chissà quali altri capi d'accusa).

Se il “dìvide et ìmpera”, che i poteri forti della penisola tentano di applicare per annientare uno ‘scomodo’ vicino di casa, avrà ragione e sopravvento, allora possiamo già da oggi dichiararci sconfitti. Ma se in questa terribile aggressione, anzi, vera e propria “guerra fredda” sapremo restare uniti, non facendoci illudere che se ne possa trarre profitti per battaglie politiche interne, se riusciremo a non farci accecare dall’astio politico domestico e soprattutto personale, se sapremo fare fronte comune, allora forse potremo recuperare credibilità, forza e con esse la giusta progettualità per uscire dal vortice in cui ci stanno cacciando.

Vedremo chi, fra noi, dimostrerà con i fatti e con le parole di amare San Marino: da parte mia vigilerò soprattutto su questo. Da oggi sarò attento a valutare chi intende lavorare per il mio Paese e chi (per interessi propri, di parte, di casta, di famiglia, di lobby o più biecamente personali o aziendali) si comporterà danneggiando la mia amata Repubblica. Registrerò con attenzione chi, fra noi, ha già pronunciato sentenze di colpevolezza del nostro sistema, senza appello; chi si farà troppo facilmente ammaliare dai deboli teoremi dell’accusa; elencherò gli sciacalli che cercheranno profitti dal massacro della nostra economia, della nostrà comunità, della secolare sovranità. Non tollererò più giochini e giochetti sulla pelle dei sammarinesi, gente onesta, laboriosa, affettuosa, solidale. Fuori da San Marino i traditori della Patria.

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venerdì 6 marzo 2009

INFORMARE E DEFORMARE

Pier Paolo Guardigli - Direttore di www.sanmarinonotizie.com
C’era un gioco, quando ero bambino, che si faceva in gruppo, detto il gioco del telefono: si creava una catena ed il primo sussurrava una frase all’orecchio del secondo (talvolta un po’ velocemente per rendere il passatempo più intrigante), e così via, fino all’ultimo, il quale doveva ripetere ad alta voce la frase giunta alla fine della catena di orecchie e bocche, mentre il primo invece riferiva la versione originale iniziale; mai che giungesse la stessa versione, quella corretta.

LE 5 W
La comunicazione, ormai lo sappiamo, è una bestia dura da domare, e l’informazione (che ne è parte) ancor peggio, proprio come in quel vecchio trastullo infantile
Alcuni ritengono che per informare si debba avere una propria opinione ed esprimerla, a dispetto di qualsiasi obiettività (questo è il cosiddetto ‘giornalismo militante’, perlopiù fatto a scopo politico), altri ritengono che semplici ‘rumors’ (molto frequenti soprattutto nei luoghi di provincia come il nostro) siano un indizio sufficiente per costruire ardite ipotesi (il giornalismo ‘sensazionalista’, perlopiù fatto a scopo commerciale), altri si accontentano di un'accusa lanciata da chicchessia per imbastire trame segrete e plot intrigati alla C.S.I. (il giornalismo ‘forcaiolo’, perlopiù fatto a scopo giustizialista). Poi, purtroppo, c’è anche chi lavora solo per mettere zizzania o gettare fango, per invidia, per calcolo politico, per interesse economico e via dicendo. Insomma, ad ognuno la propria scelta, e anche qui a San Marino non ci facciamo mancare nessuna delle possibili versioni di giornalismo, tranne forse quello più tradizionalmente anglosassone basato solo ed esclusivamente sulle 5 domande delle doppie vù (what, who, where, when, why?).

‘SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA’
Certo, ogni giornale serio deve contenere anche gli spazi dedicati ai commenti (il redazionale, l’opinionista, ecc.) ma questo deve restare un’offerta aggiuntiva all’informazione tout court.
Proprio ieri, ad esempio, un giornaletto locale titolava in prima a caratteri cubitali: “PLAYSTATION TAROCCHE IL TITANO RIFORNIVA L’EUROPA”. Nel vederlo ho immediatamente commentato agli avventori del bar dove condividevamo il caffè del mattino e la prima lettura dei giornali, che in quel titolo c’era, a mio avviso, almeno un gravissimo errore, davvero imperdonabile: perché, infatti, colpevolizzare subito l'intero 'Titano'? Di sicuro quel titolo non era uscito dalle mani di un nostro concittadino e tanto meno di un estimatore della nostra Repubblica. Sono convinto che nel settore informatico sono tante le aziende oneste che operano a San Marino, dove magari ci si fa il ‘mazzo’ dall’alba a notte fonda per tirare su qualche soldo per le famiglie di chi ci lavora, con dedizione, con passione, con onestà. Allora perché condannarli tutti? Ma non basta: a seguito di quella notizia sensazionalistica e scandalistica è poi venuto fuori che la situazione a cui quel titolo si riferiva era ben più controversa e complessa di quanto veniva sommariamente denunciato. Insomma, non solo dovevano essere messe in campo tutte le giuste cautele nell’apprendere un'informazione da un comunicato stampa (per altro di parte), prima di gridare allo scandalo, ma soprattutto che bisogno c’era di fare di tutt’erba un fascio?
Bene, non mi dilungo, credo sia chiaro a tutti come si dovrebbe affrontare una materia così delicata come l’informazione, e quanto essere sbattuti sui giornali possa, in un modo o nell’altro, segnare una carriera, un’attività, un’azienda, perfino una vita, talvolta (si pensi, uno per tutti, al caso ‘unabomber’!).

I NUOVI EROI DELL’ANONIMATO
Ma il cinismo di certa informazione non tiene volutamente conto di questi aspetti deontologici, etici e morali, e si arroga il potere (il quarto?) di stilare le liste dei buoni e dei cattivi, dei bravi e dei filibustieri, degli onesti e dei disonesti, dei colpevoli e degli innocenti.
Figuriamoci poi se in questo ginepraio di disinformazione ci buttiamo dentro anche le cosiddette ‘fonti anonime’. Ecco allora spuntare in rete gli pseudo-blog, le chat, le false mail ai giornali e tutta questa spazzatura. E a sostenerlo è chi ha aperto, anni orsono, il primo blog sammarinese, ma con tanto di nome e cognome, e censura dei commenti anonimi che risultavano falsi, offensivi o palesemente etero diretti. Io ci avevo messo la faccia e mi sapevo assumere le mie responsabilità. Oggi quel blog (rsm.splinder) viene utilizzato solo per ‘rimbalzare’ nella rete San Marino Notizie (in versione leggera, di solo testo), ma non ho conosciuto più nessuno che abbia saputo assumersi le stesse responsabilità: oggi i fantomatici blogger sammarinesi sono tutti dei pavidi che celano le loro 'grandi inchieste' dietro eroici anonimati. Questa fuffa ha stancato tutti, e spero che anche le istituzioni (in primis il nuovo Segretario all’informazione) si decidano una volta per tutte a mettere mano a questa delicata materia e rendere operativo l’articolo della legge sull’editoria, negli anni sempre disatteso, che impone a quel dicastero di far crescere e migliorare le competenze degli operatori dell’informazione con mezzi adeguati.

COME SALVARSI DALLO TSUNAMI
Siamo davvero stanchi di vedere quotidianamente ‘DEFORMATA’ la realtà, con i vari media a disposizione, piuttosto che ricevere un’INFORMATA relazione sui fatti di cronaca, di politica, di cultura, di sport. Qualche operatore, per fortuna, ancora si salva, qualcun altro evidentemente ce la mette tutta con impegno e abnegazione, altri stanno faticosamente crescendo di qualità e serietà professionale; è a tutti loro che mi rivolgo, invitandoli a non farsi travolgere da questo immondo tsunami di approssimazione, dilettantismo, incompetenza, spesso malafede di troppi loro presunti colleghi.


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giovedì 19 febbraio 2009

LIBEROS AB UTROQUE

di Pier Paolo Guardigli, Direttore ed editore di www.sanmarinonotizie.com

Think global, act local
Questo adagio anglosassone dovrebbe suggerire un corretto modus vivendi a noi sammarinesi e soprattutto a chi ha nelle proprie mani le sorti di questa Repubblica. Guardare all’esterno, per confrontarsi, non rimanere indietro, adeguarsi agli standard internazionali, essere parte attiva della globalizzazione ma senza mai dimenticare che l’azione deve essere caratterizzata dal nostro particolare contesto, dalle nostre peculiarità storico-giuridiche, dalla singolarità del nostro Paese.

Siamo una RSL
Ultimamente, invece, mi pare che si tenda a fare il contrario, ovvero pensare con la ristretta mentalità provinciale del ‘piccolo paesino’ per poi agire internazionalmente senza caratura, senza credibilità e, soprattutto, senza alcun orgoglio nazionale. Che il nostro Paese stia diventando ogni giorno di più una Repubblica a Sovranità Limitata (rsl) è sotto gli occhi di tutti. Dopo aver svenduto grosse fette della nostra economia a facoltosi e potenti clienti stranieri (per lo più italiani), ora ci stiamo svendendo anche l’ultimo e preziosissimo pezzo di patrimonio, quello della nostra autonomia, della nostra indipendenza, della nostra effettiva ed esercitata sovranità.


Usi obbedir tacendo
Ormai, come abbiamo visto anche nell’ultima vicenda che ha coinvolto tutto il nostro sistema bancario, le nostre ‘leggi’ le fanno a Roma, nella fattispecie sono stati Banca d’Italia, Ministero del Tesoro e Ministero degli Affari Esteri. Con un colpo di mano hanno eliminato di fatto l’anonimato societario, il segreto bancario, i mandati fiduciari, tre dei capisaldi della nostra economia finanziaria da cui dipende buona parte della nostra ricchezza. Ma noi sappiamo solo reclinare il capo e recitare il noto motto dell’Arma: “usi obbedir tacendo”. Evidentemente se nessuna voce di forza e di carattere si è levata nel governo (ma neppure nella maggioranza nel suo insieme, mentre quella dell’opposizione è stata talmente flebile da rimanere inascoltata) per riaffermare i principi di autonomia ed indipendenza (tanto cari alla nostra storia e alla nostra tradizione), vuol dire probabilmente che stiamo subendo un pesante ricatto o che abbiamo tutti perso il lume della ragione.

Un sussulto d’orgoglio
Allora si tratta di capire qual è questo ricatto che ci rende muti ed inermi e cercare di rimuoverlo. Non credo, infatti, che oggi, in questa parte di mondo civilizzato, nessun Paese, grande e potente che sia, possa indurre un altro a fissare regole, normative, leggi, senza il supino o benevolo consenso di quest’ultimo: sarebbe un’ingerenza grave, gravissima, che va contro ogni principio basilare della convivenza civile fra Stati e del diritto internazionale stesso. Allora perché, ci si chiede, San Marino non mostra alcun sussulto d’orgoglio? Perché non riconquista, nei fatti, la piena sovranità?

Incaricare vs scaricare
Prendiamo il caso della nomina del Presidente della BCSM. Pare che in tutta San Marino non si trovi una persona con la necessaria esperienza, con le conoscenze adeguate, con l’indispensabile tasso di specchiatezza ed onestà per ricoprire questo delicatissimo incarico, che infatti è stato proposto all’esimio prof. Paolo Savona (il quale, chissà perché, lo ha già declinato, scaricandoci seppure con eleganza). O forse dobbiamo sospettare che – ancora una volta - qualcuno da Roma voglia consigliare (se non imporre) la proposta dell’autorevole nome?

Nemini teneri
In diciassette secoli di storia abbiamo sempre dimostrato di non dover dipendere da nessuno: dall’antico e glorioso nemini teneri (‘non dipendere da nessuno’ appunto), allo storico testo del Placito Feretrano, attraverso le vicende alberoniane (in tempi di Papi –Padroni!), quelle napoleoniche (di un impero, cioè, totalmente privo di scrupoli verso sovrani grandi e piccoli), fino al fascismo ed al dopoguerra. E oggi, invece, cosa succede al nostro amato Paese? Perché non può più rivendicare la sua piena ed assoluta autonomia di Stato libero? Stiamo divenendo (o siamo già divenuti) schiavi di un vincolo feudale che persino al tempo delle Signorie riuscimmo ad evitare? O nella migliore delle ipotesi (aggiornata) diverremo una simpatica e folkloristica provincia romagnola, magari per gentile concessione ‘a statuto speciale’, pronta per una divertente puntata di ‘Sereno variabile’?

Relinquo vos liberos ab utroque homine
Dal canto mio, non è questo il patrimonio culturale/statuale che intendo lasciare a mio figlio: un Paese privato del proprio orgoglio, della propria storia, della propria autonomia. Ma per sentirsi nuovamente liberi, intimamente indipendenti, effettivamente autonomi, e giuridicamente sovrani, ci si deve rimboccare TUTTI le maniche, smettere di dividersi in fazioni e sottofazioni, combattere la nostra battaglia di sammarinesità (così si è cominciato a chiamarla negli anni ’80 del secolo scorso, con un termine di dubbio gusto ma chiaro ed efficace) e ritrovare con un coraggioso sussulto d’orgoglio nazionale il nostro carattere perduto di Stato libero. Dove è finito il vanto del tanto citato passo del Santo Marino: relinquo vos liberos ab utroque homine? In quanti siamo rimasti a pensarla così?

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martedì 27 gennaio 2009

EDITORIALE - Shoah: perché “dobbiamo” ricordare?

di Pier Paolo Guardigli - Direttore SMN

Molti (io fra questi) tendono istintivamente a rimuovere dalla propria mente e dalla propria coscienza gli atti e gli accadimenti più spiacevoli conosciuti nella propria vita, i ricordi peggiori e traumatici, attraverso un processo psicologico di sostanziale autodifesa.
Ecco perché l’altra sera, essendo in programmazione uno splendido film di Steven Spielberg, Schindler’s List, ho stentato a frenare il moto istintivo di cambiare canale, chiudere gli occhi di fronte al dramma, alla sofferenza, moto istintivo per proteggere me stesso dalla violenza inaudita di una storia realmente accaduta, da un dramma di un recente passato, di dimensioni incredibili ed inaccettabili. Ho voluto vedere il film, che nel 1993 alla sua uscita mi costrinsi a non vedere, malgrado il clamore suscitato dal tema, dall’eccellente critica e soprattutto dai due Oscar vinti, per la miglior regia e per il miglior film.


Ma questa volta no, forse perché sto finalmente cominciando a capire il vero senso della parola Shoah: il suo significato linguistico è quello di ‘distruzione’ e richiama l’olocausto (dal greco ‘holos’ completo e ‘kaustos’ incendio) voluto dai nazisti nei confronti della popolazione ebraica e perpetrato attraverso uno dei più efferati e violenti genocidi della storia. Ma il suo significato più lato è proprio quello riferito al dovere morale di non dimenticare, di non chiudere gli occhi, di non voltarsi altrove, neppure per proteggersi dall’orrore.
Ma perché non dovremmo dimenticare? Credo che la migliore e più etica delle ragioni sia quella di imparare a rifiutare la cultura dell’odio.
L’odio può esprimersi (e lo fa, spesso, anche fra noi, nel presente) nei modi più diversi, sotto le più diverse spoglie, talvolta perfino con giustificazioni ideologiche. Allora ancora oggi assistiamo all’odio razziale, all’odio etnico, all'odio religioso, all’odio di classe, all’odio politico, persino all’odio sportivo.
E le vittime della Shoah di un tempo possono ancora subire la persecuzione mentale di chi, ancora oggi, dissimulando un preteso ‘antisciovinismo’, in realtà dà sfogo a penosi resti di antisemitismo, camuffandolo con le più svariate ragioni della politica o dell’ideologia. Ma anche questa è Shoah, e chi – per partito preso o per pregiudizio – oggi si schiera contro il popolo israeliano dovrebbe fare ammenda ed un sano esame di coscienza.
Oggi Shoah deve significare soprattutto bandire dal nostro cuore e dalla nostra mente questa dilagante cultura dell’odio, cercando di capire che nella vita di tutti noi accade o può accadere di essere in disaccordo con qualcosa o qualcuno, di individuare dei nostri oppositori (non nemici) politici, di scoprire che qualcuno la pensa diversamente da noi, o vive diversamente da noi, ma questo non può e non deve mai generare ‘odio’.
Assistiamo anche qui da noi, sempre più spesso, a manifestazioni di odio, tanto peggiore in quanto ‘fraterno’, riservato a nostri concittadini: la politica sempre più inasprita ha prodotto questo risultato incivile. Riflettiamo oggi, in questa giornata speciale, anche su questo aspetto di imbarbarimento della nostra Comunità, e cerchiamo di reagire.
Ecco un buon motivo per ‘ricordare’, che si aggiunge agli altri sei milioni di motivi che ci offre la storia di un efferato ed inaudito olocausto, ecco per tutti noi il senso vero della ‘giornata della memoria’.

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