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giovedì 24 dicembre 2009

EDITORIALE - Si chiude un annus horribilis, l’auspicio (ovvio e scontato, ma perentorio) è che il 2010 sia migliore


Cari lettori di San Marino Notizie, che il 2009 non sia stato un anno facile per gran parte del mondo occidentale, ed in particolare per noi sammarinesi, ça va sans dire. La nostra attività editoriale, come tante aziende del Titano, ne ha risentito. Ciononostante siamo riusciti a “sfornare” ogni giorno, puntualmente e gratuitamente, il “pane quotidiano” per i nostri affezionatissimi e voracissimi lettori (mediamente circa 1600 al giorno, con oltre 6500 pagine lette).

Notizie, commenti, rassegne stampa, interventi, riflessioni, qualche piccolo scoop, non senza fatica, sudore, impegno, abnegazione, accompagnati sempre dalla passione per il nostro lavoro, e per questo voglio ringraziare, anche pubblicamente, tutto il nostro staff, sempre all’altezza del compito, con la modestia e la perseveranza di chi sa di compiere un servizio non solo utile, ma indispensabile, a tutta la comunità ed al Paese.

La nostra testata si è sempre distinta per la strenua difesa della Repubblica, posta sotto assedio dai media italiani (e non solo). Ci auguriamo di aver, nel nostro piccolo, contribuito a salvaguardare i valori positivi che San Marino ha sempre veicolato: libertà, indipendenza, democrazia e solidarietà.

Ci auguriamo, altresì, di aver garantito, nell’espletamento di un servizio d’informazione libero ed indipendente, il più ampio rispetto del pluralismo, dando voce a tutti coloro che avessero avuto comunicazioni interessanti e selezionando nel modo migliore le informazioni apparse sia sul web che sulla carta stampata. Questa è infatti la nostra missione, e crediamo di averla rispettata con onestà e serietà, senza alcuna inclinazione al pettegolezzo e tanto meno alla manipolazione.

Anche per queste ragioni, forse, ci giunge davvero come una pugnalata a tradimento, la notizia recente di un affidamento da parte del Governo di un delicatissimo quanto impegnativo incarico: quello di attivare un servizio di ufficio stampa e relazioni con i media, affidato ancora una volta ad un’azienda italiana.

Sappiamo, per esperienza vissuta sulla pelle, che non possiamo più affidare questa sorta d’incarichi a chi sa poco o nulla della nostra storia, delle nostre istituzioni, del nostro corpo di leggi, della nostra vita sociale, della nostra cultura secolare, a chi non li conosce, non li ha mai vissuti dall’interno e, soprattutto, certamente non li ama come fossero i membri della propria famiglia.

Ancora più colpevole questa decisione se si pensa che in questo modo non solo si continua a non dare fiducia alle tante forze sammarinesi che operano nel settore dell’informazione, ma ci si ostinerà in questo modo a non farle crescere e maturare, come certamente ancora dovrebbero fare.

Dulcis in fundo, lo sperpero di danaro pubblico, di tutti noi, che si avvia, ancora una volta e in epoca di crisi, oltre confine, per servizi che forse non otterremo mai o al massimo di misera qualità. Si parla di 240mila euro, una cifra da capogiro che, da sola, basterebbe a sostenere tutta la libera informazione sammarinese, migliorandola nella qualità e nella quantità, facendola divenire essa stessa specchio della Repubblica per chi, dall’esterno, volesse sapere esattamente come stanno le cose, senza inventare ed improvvisare, come molti media italiani, anche autorevoli, hanno mostrato di saper fare.

Non entriamo, volutamente, nella disamina degli altri gravissimi problemi del Paese: non è nostro compito, ci limitiamo a monitorare il mondo dell’informazione, dal nostro osservatorio privilegiato. E da qui vediamo un altro “gigante dei bilanci” stentare a decollare e a rendere un servizio davvero libero ed utile ai cittadini. Mostra piedi d’argilla, e ancora una volta affidandosi ad una partnership italiana, il nostro servizio pubblico televisivo non potrà sperare né in una crescita qualitativa, né in quella d’investimenti e di proiezione verso l’esterno dei confini. Altre straordinarie occasioni per il nostro Paese che vanno sprecandosi. Un vero peccato.

In controtendenza, San Marino Notizie investe su se stesso, per crescere, per migliorare, per offrire servizi sempre più qualificati, utili ed interessanti.

Per il 2010 il nostro regalo ai lettori, la nostra novità (“news”, appunto, in inglese) è una veste grafica ed una struttura del sito rinnovati, modernizzati e migliorati. Speriamo siano di vostro gradimento e che possiate usufruirne le nuove peculiarità (tematizzazione per macro categorie, tags, possibilità dei commenti in diretta alle news, agenda eventi aggiornata quotidianamente ed altro ancora, che non vogliamo togliervi il gusto di scoprire da soli).

Noi, è vero, cerchiamo di offrirvi gratuitamente un servizio accurato e quanto più professionale, voi dal canto vostro, ci offrite, altrettanto gratuitamente ed accuratamente, la vostra fiducia di lettori affezionati ed attenti: ecco il connubio perfetto. Vi ringraziamo per questa vostra fedeltà e speriamo di poterla sempre ricambiare con la puntualità e l’equilibrio del nostro servizio.

Ma non ci dimenticheremo certo di ringraziare, in questo fine 2009, tutti coloro che la fiducia a San Marino Notizie l’hanno manifestata non come semplici lettori e non certo gratuitamente: ci riferiamo ai numerosi inserzionisti, i nostri veri, unici, generosi, disinteressati “mecenati”, coloro che, noi della redazione e voi lettori affezionati, dobbiamo in coro ringraziare per averci offerto l’opportunità, per un altro anno, di realizzare e fruire gratuitamente di un servizio al pubblico.

Mille e mille grazie ed auguri, quindi, a tutti coloro che in questi quattro anni hanno sostenuto e creduto, nelle diverse vesti e modi, in San Marino Notizie, l’augurio sincero ed affettuoso che il prossimo 2010 sia migliore per tutti, ma soprattutto per la nostra cara San Marino.

Il direttore

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lunedì 11 maggio 2009

IO AMO SAN MARINO

Di Pier Paolo Guardigli – Direttore di SanMarinoNotizie.com

Nella catena di controllo della democrazia di un Paese civile la politica ha un suo rilevante potere, ma ce l’ha anche l’informazione. Si afferma che il giornalista deve essere il “cane da guardia” della politica, ovvero fungere da attento osservatore e controllore delle dinamiche politiche. Ma è lecito chiedersi: e chi fa, allora, il cane da guardia dell’informazione? Mi auguro vivamente che nessuno risponda: la magistratura! Poiché in questo caso la catena di controllo (e di comando) finisce tutta nelle mani di un solo organo dello Stato, trasformandosi così da democrazia in magistratocrazia. Peggio sarebbe, poi, se a questa domanda si rispondesse ‘la magistratura’ e poi, per estensione del quesito, si dicesse che a sua volta questa dovrebbe essere controllata dalla politica, innescando così un circuito vizioso senza via d’uscita.
Il giornalismo d’inchiesta, perno fondamentale dell’informazione, si basa sul fatto che si debba offrire al lettore (ascoltatore o spettatore che sia) tutta una serie di documenti, di fonti, di testimonianze affinché questi possa farsi una propria, autonoma e fondata opinione sui fatti accaduti e descritti. Diverso, invece, è il giornalismo militante: in questo caso è l’opinione del giornalista (o della testata a cui appartiene) che prevale e le fonti, le testimonianze ed i documenti saranno utilizzati esclusivamente (e con abilità spesso artificiosa) a dimostrare la tesi pregiudizialmente sostenuta.

Nella trasmissione Report di ieri abbiamo assistito a questo genere d’informazione, portato per giunta alle estreme conseguenze, nel quale il solo scopo finale era quello di dimostrare una tesi precostituita e faziosa. Direi che ci sono riusciti perfettamente. Gli strumenti sono semplici: travisare non per “informare” ma per “deformare”, usando stratagemmi tecnici (il montaggio), la scelta delle risposte da mandare in onda, un uso ispettivo delle telecamere e (dulcis in fundo) la compiacente collaborazione della Guardia di Finanza e soprattutto della Procura di Forlì: mi chiedo, infatti, chi avesse mobilitato gli operatori di una sola trasmissione televisiva durante l’arresto degli indagati (e ricordo, concetto mai abbastanza ripetuto, che di “indagati” si tratta, e non già di colpevoli: saranno per fortuna altri a giudicare la colpevolezza o l’innocenza degli interessati, non certo le impietose, ideologiche e giustizialiste telecamere di Report).

Mi rincresce che molti (tecnici e politici) coinvolti nella trasmissione, e forse blanditi dalla prospettiva di avere un palcoscenico di rilievo internazionale, si siano fatti convincere a concedere un’intervista a chi, qualsiasi cosa essi avessero detto, aveva già formulato le proprie risposte per lo spettatore. Grave ingenuità, che non perdono a persone così esperte e navigate, con altissime responsabilità.

Questo mi dà l’agio, oltretutto, di esprimere qui la mia più sincera e sentita solidarietà a tutti gli indagati dalla Procura di Forlì, quelli di ieri e quelli di oggi; questo almeno fino a quando, passati per tutti i diversi gradi di giudizio, non verranno definitivamente dichiarati colpevoli (e nella speranza che la magistratura italiana si attenga a rigidi principi di equità, come ha già saputo fare la Cassazione, non dimentichiamolo!).

Non saranno né i giornalisti (o meglio ‘gazzettieri’) “militanti” dallo scandalo facile, né gli inquirenti con bizzarri teoremi precostituiti a farmi cambiare sentimento nei confronti del mio Paese. Io amo San Marino e credo che vi siano i presupposti affinché si possa riscattare il nostro plurisecolare buon nome. Ma ci vorrà il tempo, una pazienza certosina, il dominio dei nervi e soprattutto una volontà politica condivisa. Ecco, appunto, ‘condivisa’. E’ qui che si innesca il mio peggior dubbio. Avendo visto come, fra esponenti del governo ed altri dell’opposizione, si sia indugiato con astio in gravissime accuse reciproche, temo che lo spaccamento interno possa divenire l’unica efficacissima arma dell'aggressore esterno per soverchiare il nostro Paese, inondandolo di accuse infamanti (collusione con la mafia, riciclaggio, istigazione all’evasione fiscale, concorrenza sleale e chissà quali altri capi d'accusa).

Se il “dìvide et ìmpera”, che i poteri forti della penisola tentano di applicare per annientare uno ‘scomodo’ vicino di casa, avrà ragione e sopravvento, allora possiamo già da oggi dichiararci sconfitti. Ma se in questa terribile aggressione, anzi, vera e propria “guerra fredda” sapremo restare uniti, non facendoci illudere che se ne possa trarre profitti per battaglie politiche interne, se riusciremo a non farci accecare dall’astio politico domestico e soprattutto personale, se sapremo fare fronte comune, allora forse potremo recuperare credibilità, forza e con esse la giusta progettualità per uscire dal vortice in cui ci stanno cacciando.

Vedremo chi, fra noi, dimostrerà con i fatti e con le parole di amare San Marino: da parte mia vigilerò soprattutto su questo. Da oggi sarò attento a valutare chi intende lavorare per il mio Paese e chi (per interessi propri, di parte, di casta, di famiglia, di lobby o più biecamente personali o aziendali) si comporterà danneggiando la mia amata Repubblica. Registrerò con attenzione chi, fra noi, ha già pronunciato sentenze di colpevolezza del nostro sistema, senza appello; chi si farà troppo facilmente ammaliare dai deboli teoremi dell’accusa; elencherò gli sciacalli che cercheranno profitti dal massacro della nostra economia, della nostrà comunità, della secolare sovranità. Non tollererò più giochini e giochetti sulla pelle dei sammarinesi, gente onesta, laboriosa, affettuosa, solidale. Fuori da San Marino i traditori della Patria.

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venerdì 6 marzo 2009

INFORMARE E DEFORMARE

Pier Paolo Guardigli - Direttore di www.sanmarinonotizie.com
C’era un gioco, quando ero bambino, che si faceva in gruppo, detto il gioco del telefono: si creava una catena ed il primo sussurrava una frase all’orecchio del secondo (talvolta un po’ velocemente per rendere il passatempo più intrigante), e così via, fino all’ultimo, il quale doveva ripetere ad alta voce la frase giunta alla fine della catena di orecchie e bocche, mentre il primo invece riferiva la versione originale iniziale; mai che giungesse la stessa versione, quella corretta.

LE 5 W
La comunicazione, ormai lo sappiamo, è una bestia dura da domare, e l’informazione (che ne è parte) ancor peggio, proprio come in quel vecchio trastullo infantile
Alcuni ritengono che per informare si debba avere una propria opinione ed esprimerla, a dispetto di qualsiasi obiettività (questo è il cosiddetto ‘giornalismo militante’, perlopiù fatto a scopo politico), altri ritengono che semplici ‘rumors’ (molto frequenti soprattutto nei luoghi di provincia come il nostro) siano un indizio sufficiente per costruire ardite ipotesi (il giornalismo ‘sensazionalista’, perlopiù fatto a scopo commerciale), altri si accontentano di un'accusa lanciata da chicchessia per imbastire trame segrete e plot intrigati alla C.S.I. (il giornalismo ‘forcaiolo’, perlopiù fatto a scopo giustizialista). Poi, purtroppo, c’è anche chi lavora solo per mettere zizzania o gettare fango, per invidia, per calcolo politico, per interesse economico e via dicendo. Insomma, ad ognuno la propria scelta, e anche qui a San Marino non ci facciamo mancare nessuna delle possibili versioni di giornalismo, tranne forse quello più tradizionalmente anglosassone basato solo ed esclusivamente sulle 5 domande delle doppie vù (what, who, where, when, why?).

‘SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA’
Certo, ogni giornale serio deve contenere anche gli spazi dedicati ai commenti (il redazionale, l’opinionista, ecc.) ma questo deve restare un’offerta aggiuntiva all’informazione tout court.
Proprio ieri, ad esempio, un giornaletto locale titolava in prima a caratteri cubitali: “PLAYSTATION TAROCCHE IL TITANO RIFORNIVA L’EUROPA”. Nel vederlo ho immediatamente commentato agli avventori del bar dove condividevamo il caffè del mattino e la prima lettura dei giornali, che in quel titolo c’era, a mio avviso, almeno un gravissimo errore, davvero imperdonabile: perché, infatti, colpevolizzare subito l'intero 'Titano'? Di sicuro quel titolo non era uscito dalle mani di un nostro concittadino e tanto meno di un estimatore della nostra Repubblica. Sono convinto che nel settore informatico sono tante le aziende oneste che operano a San Marino, dove magari ci si fa il ‘mazzo’ dall’alba a notte fonda per tirare su qualche soldo per le famiglie di chi ci lavora, con dedizione, con passione, con onestà. Allora perché condannarli tutti? Ma non basta: a seguito di quella notizia sensazionalistica e scandalistica è poi venuto fuori che la situazione a cui quel titolo si riferiva era ben più controversa e complessa di quanto veniva sommariamente denunciato. Insomma, non solo dovevano essere messe in campo tutte le giuste cautele nell’apprendere un'informazione da un comunicato stampa (per altro di parte), prima di gridare allo scandalo, ma soprattutto che bisogno c’era di fare di tutt’erba un fascio?
Bene, non mi dilungo, credo sia chiaro a tutti come si dovrebbe affrontare una materia così delicata come l’informazione, e quanto essere sbattuti sui giornali possa, in un modo o nell’altro, segnare una carriera, un’attività, un’azienda, perfino una vita, talvolta (si pensi, uno per tutti, al caso ‘unabomber’!).

I NUOVI EROI DELL’ANONIMATO
Ma il cinismo di certa informazione non tiene volutamente conto di questi aspetti deontologici, etici e morali, e si arroga il potere (il quarto?) di stilare le liste dei buoni e dei cattivi, dei bravi e dei filibustieri, degli onesti e dei disonesti, dei colpevoli e degli innocenti.
Figuriamoci poi se in questo ginepraio di disinformazione ci buttiamo dentro anche le cosiddette ‘fonti anonime’. Ecco allora spuntare in rete gli pseudo-blog, le chat, le false mail ai giornali e tutta questa spazzatura. E a sostenerlo è chi ha aperto, anni orsono, il primo blog sammarinese, ma con tanto di nome e cognome, e censura dei commenti anonimi che risultavano falsi, offensivi o palesemente etero diretti. Io ci avevo messo la faccia e mi sapevo assumere le mie responsabilità. Oggi quel blog (rsm.splinder) viene utilizzato solo per ‘rimbalzare’ nella rete San Marino Notizie (in versione leggera, di solo testo), ma non ho conosciuto più nessuno che abbia saputo assumersi le stesse responsabilità: oggi i fantomatici blogger sammarinesi sono tutti dei pavidi che celano le loro 'grandi inchieste' dietro eroici anonimati. Questa fuffa ha stancato tutti, e spero che anche le istituzioni (in primis il nuovo Segretario all’informazione) si decidano una volta per tutte a mettere mano a questa delicata materia e rendere operativo l’articolo della legge sull’editoria, negli anni sempre disatteso, che impone a quel dicastero di far crescere e migliorare le competenze degli operatori dell’informazione con mezzi adeguati.

COME SALVARSI DALLO TSUNAMI
Siamo davvero stanchi di vedere quotidianamente ‘DEFORMATA’ la realtà, con i vari media a disposizione, piuttosto che ricevere un’INFORMATA relazione sui fatti di cronaca, di politica, di cultura, di sport. Qualche operatore, per fortuna, ancora si salva, qualcun altro evidentemente ce la mette tutta con impegno e abnegazione, altri stanno faticosamente crescendo di qualità e serietà professionale; è a tutti loro che mi rivolgo, invitandoli a non farsi travolgere da questo immondo tsunami di approssimazione, dilettantismo, incompetenza, spesso malafede di troppi loro presunti colleghi.


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giovedì 19 febbraio 2009

LIBEROS AB UTROQUE

di Pier Paolo Guardigli, Direttore ed editore di www.sanmarinonotizie.com

Think global, act local
Questo adagio anglosassone dovrebbe suggerire un corretto modus vivendi a noi sammarinesi e soprattutto a chi ha nelle proprie mani le sorti di questa Repubblica. Guardare all’esterno, per confrontarsi, non rimanere indietro, adeguarsi agli standard internazionali, essere parte attiva della globalizzazione ma senza mai dimenticare che l’azione deve essere caratterizzata dal nostro particolare contesto, dalle nostre peculiarità storico-giuridiche, dalla singolarità del nostro Paese.

Siamo una RSL
Ultimamente, invece, mi pare che si tenda a fare il contrario, ovvero pensare con la ristretta mentalità provinciale del ‘piccolo paesino’ per poi agire internazionalmente senza caratura, senza credibilità e, soprattutto, senza alcun orgoglio nazionale. Che il nostro Paese stia diventando ogni giorno di più una Repubblica a Sovranità Limitata (rsl) è sotto gli occhi di tutti. Dopo aver svenduto grosse fette della nostra economia a facoltosi e potenti clienti stranieri (per lo più italiani), ora ci stiamo svendendo anche l’ultimo e preziosissimo pezzo di patrimonio, quello della nostra autonomia, della nostra indipendenza, della nostra effettiva ed esercitata sovranità.


Usi obbedir tacendo
Ormai, come abbiamo visto anche nell’ultima vicenda che ha coinvolto tutto il nostro sistema bancario, le nostre ‘leggi’ le fanno a Roma, nella fattispecie sono stati Banca d’Italia, Ministero del Tesoro e Ministero degli Affari Esteri. Con un colpo di mano hanno eliminato di fatto l’anonimato societario, il segreto bancario, i mandati fiduciari, tre dei capisaldi della nostra economia finanziaria da cui dipende buona parte della nostra ricchezza. Ma noi sappiamo solo reclinare il capo e recitare il noto motto dell’Arma: “usi obbedir tacendo”. Evidentemente se nessuna voce di forza e di carattere si è levata nel governo (ma neppure nella maggioranza nel suo insieme, mentre quella dell’opposizione è stata talmente flebile da rimanere inascoltata) per riaffermare i principi di autonomia ed indipendenza (tanto cari alla nostra storia e alla nostra tradizione), vuol dire probabilmente che stiamo subendo un pesante ricatto o che abbiamo tutti perso il lume della ragione.

Un sussulto d’orgoglio
Allora si tratta di capire qual è questo ricatto che ci rende muti ed inermi e cercare di rimuoverlo. Non credo, infatti, che oggi, in questa parte di mondo civilizzato, nessun Paese, grande e potente che sia, possa indurre un altro a fissare regole, normative, leggi, senza il supino o benevolo consenso di quest’ultimo: sarebbe un’ingerenza grave, gravissima, che va contro ogni principio basilare della convivenza civile fra Stati e del diritto internazionale stesso. Allora perché, ci si chiede, San Marino non mostra alcun sussulto d’orgoglio? Perché non riconquista, nei fatti, la piena sovranità?

Incaricare vs scaricare
Prendiamo il caso della nomina del Presidente della BCSM. Pare che in tutta San Marino non si trovi una persona con la necessaria esperienza, con le conoscenze adeguate, con l’indispensabile tasso di specchiatezza ed onestà per ricoprire questo delicatissimo incarico, che infatti è stato proposto all’esimio prof. Paolo Savona (il quale, chissà perché, lo ha già declinato, scaricandoci seppure con eleganza). O forse dobbiamo sospettare che – ancora una volta - qualcuno da Roma voglia consigliare (se non imporre) la proposta dell’autorevole nome?

Nemini teneri
In diciassette secoli di storia abbiamo sempre dimostrato di non dover dipendere da nessuno: dall’antico e glorioso nemini teneri (‘non dipendere da nessuno’ appunto), allo storico testo del Placito Feretrano, attraverso le vicende alberoniane (in tempi di Papi –Padroni!), quelle napoleoniche (di un impero, cioè, totalmente privo di scrupoli verso sovrani grandi e piccoli), fino al fascismo ed al dopoguerra. E oggi, invece, cosa succede al nostro amato Paese? Perché non può più rivendicare la sua piena ed assoluta autonomia di Stato libero? Stiamo divenendo (o siamo già divenuti) schiavi di un vincolo feudale che persino al tempo delle Signorie riuscimmo ad evitare? O nella migliore delle ipotesi (aggiornata) diverremo una simpatica e folkloristica provincia romagnola, magari per gentile concessione ‘a statuto speciale’, pronta per una divertente puntata di ‘Sereno variabile’?

Relinquo vos liberos ab utroque homine
Dal canto mio, non è questo il patrimonio culturale/statuale che intendo lasciare a mio figlio: un Paese privato del proprio orgoglio, della propria storia, della propria autonomia. Ma per sentirsi nuovamente liberi, intimamente indipendenti, effettivamente autonomi, e giuridicamente sovrani, ci si deve rimboccare TUTTI le maniche, smettere di dividersi in fazioni e sottofazioni, combattere la nostra battaglia di sammarinesità (così si è cominciato a chiamarla negli anni ’80 del secolo scorso, con un termine di dubbio gusto ma chiaro ed efficace) e ritrovare con un coraggioso sussulto d’orgoglio nazionale il nostro carattere perduto di Stato libero. Dove è finito il vanto del tanto citato passo del Santo Marino: relinquo vos liberos ab utroque homine? In quanti siamo rimasti a pensarla così?

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mercoledì 12 novembre 2008

IPOTESI (ILLUSORIE) SULLA FORMAZIONE DEL NUOVO GOVERNO

Abbiamo già proposto la nostra analisi del voto, ma non ancora quella delle preferenze. Qualunque siano le analisi, mi auguro vivamente che la nuova opposizione di centro sinistra sappia comportarsi con lo stesso à plomb, lo stesso fair play e la stessa signorilità di John McCain dopo la sconfitta elettorale, ma soprattutto che sappia collaborare al salvataggio del Paese con una opposizione costruttiva, intelligente e ragionata.

Se una volta tanto, nella scelta dei 10 congressisti si volesse usare il criterio democratico rispettoso dei numeri, quindi del responso delle urne, oltre a quello della rappresentanza proporzionale delle forze che compongono la coalizione vincente, ritengo che si dovrebbe formare il nuovo governo sulla base di questi dati: 3 rappresentanti del PDCS, 1 di Arengo e Libertà, uno degli EPS, 3 di AP, uno dell'Unione dei Moderati ed un'altro della Lista della Libertà.

Adottando questo criterio di spartizione dei 10 dicasteri, conseguentemente si dovrebbe guardare ai risultati numerici delle singole preferenze. Se così fosse avremmo automaticamente i seguenti componenti il nuovo governo: Gian Carlo Venturini, Pasquale Valentini e Gabriele Gatti, poi Fabio Berardi, quindi Gian Marco Marcucci, tutti per la lista PDCS-AeL-EPS; poi Antonella Mularoni, Valeria Ciavatta e Mario Venturini per AP; quindi Romeo Morri per l'USM e Marco Arzilli per la LdL. Con quali assegnazioni di dicasteri sarebbe tutto da vedere, tranne forse due casi abbastanza certi fin dal principio: quello di Antonella Mularoni, che ha avuto davvero un plebiscito straordinario (un voto su due di AP conteneva la sua preferenza) e che si diceva sarebbe stata assegnata al difficile compito degli Esteri, e quello di Fabio Berardi, che ad avviso di molti non mancherà di pretendere la segreteria al Territorio.

La prima considerazione che balza agli occhi (almeno ai non più giovani) è che 9 dei 10 membri di governo sarebbero così dei democristiani o ex democristiani, ed uno un ex socialista passato al fronte opposto, determinando assieme ad AP la caduta del governo di centro sinistra ed il definitivo ricorso alle urne (a questo proposito qualche anziano estermista scomoda perfino le note vicende storiche del '58 a Rovereta).

Altra considerazione da farsi è che molti dei nomi in ballo non rappresentano esattamente né il nuovo né il cambiamento (Venturini, Gatti, Berardi, Ciavatta e Morri sono già stati autorevoli membri di governo e da lungo tempo nelle leadership dei loro partiti). Se questo criterio, quindi, venisse adottato, ci ritroveremmo con assai pochi cambiamenti, nessuno stravolgimento oggettivo, ma semplicemente un "ritorno al futuro" per i prossimi 5 anni.

Non sono un fautore delle rivoluzioni parlamentari, e non mi schiero dalla parte di chi pensa che tutta la politica si debba gettare via come il bambino della vasca assieme all'acqua sporca, e per questo mi permetto "pacatamente, serenamente" di esprimere la mia moderata contrarietà a quanti intendessero affermare che il Paese ha chiesto ed ottenuto un cambiamento. Che costoro si guardasero bene le cifre che abbiamo già riportato nel precedente editoriale e vi aggiungano le nuove, riferite alle preferenze: tutti i "big" sono rimasti in pole position, anche senza le preferenze estere, e se le cose per qualche partito maggiore sono cambiate, è solo per quanto concerne due o tre fra gli ultimissimi posti delle graduatorie, zone di classifica dove raramente si vanno a piazzare gli esponenti di grido delle leadership affermate.

Il Direttore

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lunedì 10 novembre 2008

EDITORIALE - Il voto dell'immobilismo: fedeltà e attaccamento al simbolo

il Direttore

I sammarinesi hanno dimostrato ieri, andando compatti alle urne, che il Paese è fortemente restìo ai cambiamenti e saldamente legato alle proprie tradizioni di voto. Quindi se il quadro politico deve cambiare, questo può avvenire solo per effetto delle scelte delle segreterie dei singoli partiti (liste e movimenti) e non per la dichiarata volontà popolare attraverso le urne. Ma vediamo perché, col conforto dei numeri.

Partiamo da un dato interessante, nel raffronto fra le elezioni del 2006 e le odierne, quello del calo dei votanti (-1009) per effetto dei seggi esteri che, da soli, sono calati di oltre il 9% delle presenze (primo elemento utile a profonde riflessioni politiche). Fra i votanti, il calo dei voti validi è di 1071 unità, cioè a dire che oggi le liste in lizza si sono spartite 20.975 voti e non i 22.046 del 2006. Questo determinerà un calo generale dei voti per ciascuna singola lista, in modo (come vedremo) abbastanza uniforme ed omogeneo.
In particolare, fra le forze che oggi compongono il Patto per San Marino, la DC, che pure ha subito la fuoriuscita di 4 consiglieri, andati a costituire i DDC, forza alleata oggi con la coalizione opposta, ma ha goduto dell'ingresso di 2 consiglieri eletti nel 2006 fra le file del PSD, la DC dicevamo ha totalizzato questa volta 565 voti in meno, realizzando 20 seggi, cioè 1 in meno rispetto al passato.Alleanza Popolare, che ha svolto il ruolo fondamentale di detonatore della crisi politica e del conseguente ricorso alle urne, ha registrato un calo di preferenze di 240 voti, mantenendo però intatti i propri 7 seggi, guadagnati anche nel 2006.La lista della Libertà si presentava per la prima volta, unendo gli sforzi dei due gruppi NPS e NS, i quali assieme però danno un saldo negativo, rispetto alla loro somma nel 2006, di ben 435 voti, col conseguente calo da 4 seggi a 3, risultando fra le forze che maggiormente subiscono gli effetti della diminuzione nel 2008.In ultimo la lista Unione dei Moderati che raccoglieva i precedenti Popolari Sammarinesi ed ANS, anch'essa oggi con un risultato negativo di 173 voti rispetto al 2006, ma con l'esito positivo di mantenere i propri 2 seggi.
Veniamo ora alla coalizione Riforme e Libertà.Il PSD, che aveva perso due consiglieri, passati nelle file della DC, ma conquistato il seggio appartenente nel 2006 ai Sammarinesi per la Libertà, vede calare i propri consensi di 314 voti, mantenendo però intatti i propri 20 seggi.SU cala anch'essa in numero di voti di 114 unità ma mantiene inalterato il numero di seggi: 5.Discorso diverso va fatto per i nuovi DDC, i quali essendo presenti per la prima volta (erano i 4 seggi fuoriusciti dalla DC) non consentono raffronti ma, quel che è peggio, non permettono di fare calcoli in termini percentuali per nessuna delle liste in campo, falsandoli inevitabilmente nel raffronto col 2006. Ebbene i DDC hanno raggiunto 3 seggi, probabilmente perdendo in termini di singoli consensi anche loro, in quanto precedentemente avevano 4 seggi in Consiglio, seppure guadagnati nel 2006 all'interno di una forza numericamente molto cospicua come la DC.
Nel computo generale, quindi, ne deriva che le forze che compongono la coalizione Patto per San Marino, sommate fra loro, perdono nel raffronto col 2006 ben 1340 voti, mentre la coalizione Riforme e Libertà ne guadagna ben 674 (probabilmente quelli raccolti dai DDC).Se infatti avessimo calcolato i seggi derivanti dai diversi movimenti di singoli consiglieri o intere forze politiche, poco prima del voto, al Patto per San Marino risultava una somma di 32 seggi, mentre a Riforme e libertà restavano i rimanenti 28.
Ebbene, il risultato elettorale "fotografa" esattamente lo status quo del giorno del voto, quindi, a mio avviso, dimostra solo come i sammarinesi siano fedelmente attaccati alla lista per la quale anche prima della crisi poltica avevano votato, ed il cambiamento all'interno delle alleanze e delle coalizioni non determina alcun significativo ripensamento nell'elettorato.Chi determina, quindi, le crisi, i cambiamenti di fronte, la possibile alternanza sono solo ed unicamente le segreterie dei partiti (o movimenti), ai quali gli elettori dimostrano di affidare comunque il proprio consenso, seguendone e condividendone le scelte.
Non parlerei quindi né di "grandi cambiamenti", né di "bisogno di novità", parlerei invece - in base alle fredde risultanze numeriche testé descritte ed enunciate - di assoluta fedeltà e straordinario attaccamento al simbolo da parte dei cittadini sammarinesi, i quali attraverso le urne confermano la propria fiducia alle segreterie dei loro partiti e movimenti politici.Dirmopente, invece, l'effetto della riforma elettorale con l'assegnazione del "premio di stabilità": attraverso questo stratagemma elettorale le due forze in campo si redistribuiscono i seggi a notevole vantaggio dei vincitori e a dispetto delle preferenze di voto di una buona fetta degli elettori.Auguriamoci che questo "sacrificio democratico" possa in futuro servire veramente alla tanto agognata stabilità di questo Paese.

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mercoledì 5 novembre 2008

Obama è stato un grande candidato: sarà anche un buon Presidente?

L'editoriale del Direttore di SMN - Pier Paolo Guardigli

Una prova di coraggio è arrivata nella notte dall’America. Una voglia di cambiamento e di rinnovamento, una dimostrazione di fiducia ad un uomo, a dispetto della sua età, delle sue origini, del suo nome, una fiducia quindi data solo alle sue idee e alle sue proposte [qui il primo discorso del nuovo presidente]. Ma si tratta veramente di un cambiamento radicale? Alcuni ritengono di no, o quanto meno non del tutto, e noi con questi. Si tratta veramente di una vittoria di Obama o piuttosto di una sconfitta di McCain? Anche su questo siamo con chi propende più per la seconda.

Durante il lunghissimo ciclo elettorale, infatti, McCain è apparso appena competitivo solo verso luglio/agosto e quando ha nominato Sarah Palin candidato alla vicepresidenza. Ma nel frattempo Obama incassava proprio da destra una notevole quantità di sostegni.
Bill Kristol (intellettuale conservatore, direttore del Weekly Standard e columnist del New York Times, figlio del più celebre Irving, tra i fondatori del movimento neocon) ha sostenuto durante la campagna elettorale che il senatore John McCain si è prodotto in una serie di scelte disastrose, in particolare lasciando fuori dai temi principali della sua campagna la politica estera, la minaccia nucleare iraniana, lo stesso 11 settembre, il terrorismo, la lotta al jihadismo, finché poi la crisi finanziaria lo ha definitivamente travolto. Kristol ha perfino sostenuto che l’America “si possa permettere” un presidente come Obama, poiché il candidato democratico non è mai stato così radicale ed estremista come alcuni integralisti si ostinavano a dipingere.
E così, oltre a Kristol, anche altri autorevoli esponenti del partito conservatore erano stati definiti sarcasticamente degli “obamacon”, quali ad esempio l’ex Segretario di Stato Colin Powell, schieratosi apertamente con Obama a meno di un mese dalle elezioni, un superfalco del calibro di Adelman (vicino a Donald Rumsfeld ed amico di Paul Wolfowitz), il celeberrimo blogger neocon Andrew Sullivan e molti altri politici, intellettuali, giornalisti e perfino interi giornali.
Ecco quindi la parodia col singolare slogan “Yes, we neocon”; perfino il tradizionalmente liberal NY Times aveva sostenuto in un lungo ed argomentato articolo che Obama condivideva la dura strategia di Bush contro la produzione di uranio degli Ayatollah, a favore di un possibile’intervento militare (come pare gli abbiano suggerito di fare i più esperti Bill Clinton ed il candidato suo vice Joe Biden), più di quanto non dimostrasse di fare il candidato McCain.
Una sorta di rivisitazione dell’interventismo neocon, quindi, attraverso l’affermazione di principio che l’America ha il dovere “morale” d’intervenire militarmente laddove diviene indispensabile (ieri la guerra in Kossovo, senza autorizzazione ONU, domani magari il catastrofico quadrante geopolitico del Ruanda, chissà). In buona sintonia col monito “agire multilateralmente quando è possibile, unilateralmente quando è necessario”, tanto caro a Madeleine Albright, Segretario di Stato durante l’amministrazione Clinton, Obama ha dichiarato durante la sua campagna: “dobbiamo considerare che sia parte dei nostri interessi, dei nostri interessi nazionali, intervenire dove sia possibile”.
Un acuto osservatore della politica americana, autore di approfondimenti, libri ed articoli e autore di un blog, Christian Rocca, ha scritto lo scorso 25 ottobre:“E’ molto probabile, anzi quasi certo, che il presidente Barack Obama deluderà molti suoi fan europei, a cominciare dai leader del Partito democratico italiano e dagli editorialisti già commossi per la storica vittoria del candidato nero del 4 novembre”. Perfino uno spirito libero, ma schierato, come Giuliano Ferrara ha scritto recentissimamente: “ Obama è diventato il candidato democratico perché ha la pelle nera. Punto. Il suo sorriso, i suoi denti bianchi, il timbro da rapper della sua voce, lo spiritualismo comunitario gospel della sua vita di cristiano nero, il linguaggio del suo corpo e la sua scrittura, le sue autobiografie e i suoi miti di famiglia, ruotano intorno a questo cuore identitario: io sono una cosa veramente e fisicamente nuova, il testimone della fine dell’incubo razziale, lo vedete da soli, no? Con il linguaggio unitivo del futuro, della giovinezza, della speranza e del sogno americano ha sbaragliato la macchina dei Clinton, prendendosi molte simpatie anche in ambienti conservatori (me compreso)”.
Personalmente, Obama non mi dispiace affatto, anche tenendo bene in conto che il più radicale dei democratici americani rimane molto più “liberale” del più conservatore dei politici italiani. Semmai, dando ascolto ai media più ipercritici americani, il vero timore lo possiamo riservare non ad Obama, bensì a sua moglie Michelle, dipinta spesso come una donna dalle ambizioni infinite e dallo scarso amor di patria.
Di sicuro, comunque, il giovane democratico si è rivelato un fantastico candidato: comunicativo, abile nella retorica, equilibrato e sempre molto preparato. Ora staremo a vedere se sarà altrettanto efficace durante l’attesissima “presidenza Obama”.
TWO CHEERS FOR OBAMA, quindi, ovvero due hurrà per Obama, ma non tre, come è consuetudine in America, perché il terzo lo riserviamo a dopo i primi importanti e difficoltosi passi della sua storica presidenza, agli inizi del 2009.

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giovedì 30 ottobre 2008

Elezioni imminenti: dagli USA a San Marino

L'articolo di apertura del numero di San Marino Fixing da domani in distribuzione guarda con attenzione alle elezioni. Quelle più imminenti, quelle statunitensi, analizzate da una prospettiva interna, quella di Roberto Balsimelli, Console generale della Repubblica di San Marino a New York. Ecco il testo completo dell'intervista, realizzata da Saverio Mercadante.


Mancano pochi giorni al voto presidenziale americano. Tutto il mondo volge lo sguardo verso il gigante in crisi per vedere chi si siederà nella stanza ovale della Casa Bianca. In questo ultimo mese della campagna elettorale la crisi finanziaria e economica è stata la madre di tutti i comizi elettorali dei due candidati. Barack Obama ha puntato a presentare il candidato repubblicano come la fotocopia di George W. Bush, quello che farà cadere l'America in una crisi senza fine. John McCain ha soffiato sul fuoco dell'aumento delle tasse e delle redistribuzione dei redditi, annunciati da Barak. Roba da marxisti, insinua la candidata vicepresidente, Sa­rah Palin. Il vecchio marine che ha fatto la guerra del Vietnam si batte contro lo stile cool del primo afroamericano che ha fatto breccia nel partito democratico, sconfiggendo contro ogni previsione Hillary I, presidente designata della casata dei Clin­ton, che insieme a quella dei Bush, da sedici anni regnano sulla Terra dei Due Oceani. Da almeno cento anni ancora una volta la modernità passa dagli Stati Uniti. Chiunque vinca, i giovani, le donne, le minoranze razziali sino a sessant'anni fa sot­to il giogo delle leggi segregazioniste negli sud degli Stati Uniti d'America, sono stati i ve­ri protagonisti di queste elezioni USA di inizio del terzo millennio. Da New York, all'interno dell'analisi di questi ultimi giorni della campagna elettorale, Roberto Balsimelli è stata la nostra "voce di dentro": ci ha portato un punto di vista inu­suale sulle elezioni americane e sulla comunità dei sam­ma­rinesi d'America. "Come tutte le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, anche questa volta si sentono e non si sentono. Se ne parla molto più nelle televisioni e nei giornali. La percentuale di votanti qui è molto bassa rispetto a quella altissima di San Marino e dell'Europa. Anche nei bar, nei pub, nei posti di lavoro o in quelli pubblici se ne discute molto poco. Comunque, la crisi finanziaria e economica è stato certamente un fattore che ha determinato un interesse maggiore del solito". Le parole di Roberto Balsimelli, il Console generale della Repubblica di San Marino, ci arrivano da New York pochi giorni prima delle elezioni presidenziali americane americane. Il suo punto di vista di osservatore dall'interno degli umori metropolitani è molto interessante sia sul versante Usa che su quello dei sam­ma­ri­nesi d'America. Mentre scriviamo, sulle prime pagine di tutto il mondo la notizia di un complotto per assassinare il candidato presidente degli Stati Uniti Ba­rack Obama e uccidere, sparando o decapitandoli afro­ame­ri­cani in Tennessee. Il piano, messo a punto da due presunti neona­zi­sti skinheads, è stato sventato da investigatori federali america­ni. Ne ha dato notizia il net­work televisivo Fox News. In un'in­tervista alla Bbc Obama ha provato a stemperare i toni, mini­miz­zando l'accaduto: "Si tratta di gruppi completamente marginali, non rappresentano la realtà dell'America" ha detto il senatore dell'Illinois. D'altra parte, Obama in queste ore forse è più preoccupato dai sondaggi che vedono in risalita il candidato repubblicano John McCain. Infatti, continua ad assottigliarsi il suo vantaggio. Mc­Cain lo insegue con soli 4 pun­ti percentuali di distacco nelle intenzioni di voto dei potenziali elettori americani: per la precisione, il candidato democratico è accreditato del 49 per cento a fronte del 45 per cento dell'avversario. E' quanto emerge, quando andia­mo in stampa, dall'ultimo ag­gior­namento in ordine di tempo del sondaggio realizzato dall'istituto demoscopico 'Zogby' per conto dell'agenzia di stampa 'Reu­­ter's' e del notiziario tele­ma­ti­co 'C-Span', e che è corretto ogni 24 ore sulla base di blocchi di tre giorni consecutivi, così da garantire la massima attendibilità possibile. La grande paura: la crisi economica e finanziaria Ma torniamo all'analisi del nostro "inviato speciale" da New York. "Per quanto riguarda le te­ma­ti­che economiche, Barack Obama fa discutere - sottolinea Balsimelli - perché lui dice che aumenterà le tasse a chi fa molti soldi. E quelli che fanno molti soldi dicono: io vado via e allora chi impiegherà quelli che hanno pochi soldi? Gli exit poll indicano che Barack Obama è davanti, ma io credo che ci sia ancora molta incertezza". "La mia opinione sulla crisi - continua Roberto Balsimelli - è che dopo il boom economico dei prodotti tecnologici e informatici durante la presidenza Clinton che ha creato fatturato per l'A­me­rica in tutto il mondo, è rimasto poco. Ora non c'è sul mercato americano un altro settore come quello che può esportare i suoi prodotti sui mercati mondiali. C'è una 'calma' tremenda. L'altro problema, è quello che anche da noi il lavoro viene delo­ca­liz­zato in Messico, Sud­ame­rica, in India. Gli operai americani sono fortemente penalizzati. E' un tema da affrontare, non si può andare avanti in questo modo. Sul fronte dei mutui sub­prime, anche tra i cittadini sam­marinesi senza dubbio qualcuno ha perso molto. Tutti sono fermi, non vendono le loro azioni, è meglio tenerle nel 'gioco' finanziario piuttosto che venderle". Il peso di otto anni di presidenza George Bush "Dopo ventuno mesi e tre dibattiti, il senatore McCain non è stato ancora in grado di dire al popolo americano quale sia una sola cosa significativa che farebbe di diverso da George Bush sull'economia". E' stato questo il pilastro del discorso che Barack Oba­ma ha tenuto a Canton, in Ohio, lo Stato-chiave che ha votato due volte per Bush ma che vede ora lui avanti nei sondaggi. "La presidenza Bush - commenta il Console - ha attraversato certamente un periodo molto difficile, dall'11 settembre alla guerra in Iraq. La famiglia Bush è stata fedele ai suoi principi, sbagliando e non sbagliando, ma non ha mai fatto scandali. George Bush non è stato un playboy - insinua divertito Roberto Balsimelli - forse è stato duro nelle sue decisioni, solo la storia nel futuro potrà darci un giudizio sereno sulla sua presidenza. Come con Ronald Reagan". Quella dell'Ohio da parte di O­ba­ma, d'altronde è stata una scelta di profondo valore simbolico. Da quando Abramo Lincoln fu eletto nel 1860, nessun repubblicano ha mai raggiunto la presidenza senza imporsi in Ohio: in questo stato gli elettori hanno indicato il vincitore nelle ultime undici gare presidenziali. In casa repubblicana, il tema dell'economia è diventato il tor­men­to­ne anti Obama degli ultimi co­mizi di McCain: sta battendo come non mai sui temi dell'aumento delle tasse e sulla re­di­stribuzione della ricchezza, proposti da Ba­rak Obama. Sarah Palin, la discussa candidata alla vice presidenza, ha accusato Obama addirittura di ispirarsi al Manifesto di Carlo Marx. Intanto McCain è stato costretto a trascorrere lo scorso fine settimana facendo comizi negli stati tradizionalmente repubblicani, dove l'effetto Obama sta prendendo sempre più piede. La comunità sammarinese è divisa tra repubblicani e democratici "Non abbiamo avuto contatti diretti con i due candidati - ci dice Balsimelli dalla costa occidentale -, io personalmente ho assistito a un dibattito nel Long Island, ma solo perché era molto vicino a casa mia. Gli unici contatti - scherza il console - sono con la Casa Bianca che ci manda i suoi augu­ri per la Festa di Sant'Agata". "Qui a New York la comunità sam­marinese non esprime un voto in una sola direzione: è divisa tra chi vota repubblicano e democratico, ma anche su come sono cambiati i due partiti in queste elezioni, in senso più liberale o conservatore". "Credo che nelle scorse elezioni - prosegue -, secondo il mio feeling, i sam­ma­ri­nesi siano stati più vicini ai democratici che ai repubblicani. D'altronde le tendenze liberali sono più forti sulle coste americane che non nel cuore degli Stati Uniti. Lì si è molto più conservatori". "Dopo queste elezioni - conclude il Console Roberto Balsimelli - come tutti i cittadini americani anche i sammarinesi d'America si uniranno al vincitore di queste elezioni. Noi sammarinesi, comunque rimaniamo ancora così attaccati alla nostra Repubblica che sentiamo un po' meno le elezioni americane, ci sentiamo più vicini a quelle sam­ma­ri­nesi. Forse perché il nostro Stato è così piccolo siamo così attaccati alla nostra patria". Quella che va verso le elezioni del 4 novembre, è un'America ferita e lacerata nel suo ruolo forse sempre più anacronistico di sce­riffo mondiale della democrazia. E' un'America indebitata e impoverita, in crisi di credibilità dopo il fallimento della suicida finanza creativa che troppe illusioni aveva sparso e ha la­sciato sul lastrico troppe famiglie. I barili di carta, i futures, e la finanza di carta, i derivati, sono i simboli veri di questa America di inizio secolo assediata più dal­le sue speculazioni assassine che da Bin Laden. E' un'America che rischia come mai, almeno dal dopoguerra ad oggi, di vedere messa in discussione la sua leadership mondiale. Eppure, nonostante i segni inop­pugnabili della crisi di un'era che sta finendo, la campagna elettorale americana, è quella che manda, più di ogni altra, al mondo intero, al di là del proprio ruolo di naturale leader planetario, i segnali più interessanti della modernità del terzo millennio. I giovani, le donne, gli afro­ame­ri­cani, (il fattore "black" può essere ancora decisivo in un Paese che solo sessant'anni fa ha abolito negli stati del sud le leggi segregazioniste), le cosiddette minoranze, sono i protagonisti, e "rischiano" o "hanno rischiato", di diventare presidenti degli Stati Uniti. Qualunque sia il risultato, se non punterà sul cambiamento invece che sullo status quo, sulla speranza invece che sulla paura, su l'unità invece che sulla divisione, gli Stati Uniti non faranno ma­le solo a se stessi ma al resto del mondo.

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giovedì 20 marzo 2008

NON SI VIVE DI SOLO PANE ("Repubblica di San Marino - Tutto un altro mondo")

La nostra classe dirigente (e con essa, ahimé, buona parte della cittadinanza) ritiene la politica estera argomento di scarso o nullo interesse per il Paese, eccezion fatta per i complicati rapporti con l’Italia. Essa risulta perciò un po’ residuale anche a causa del ruolo insignificante del nostro Paese nel panorama mondiale, non essendo San Marino neppure una piccola potenza regionale.
I ministri degli esteri sammarinesi si sono sempre comportati come quell’amministratore della General Motors in America che diceva: “quello che va bene per la General Motors va bene per l’America”, così i nostri Segretari di Stato per gli Affari Esteri hanno sempre creduto in passato che, in campo internazionale, quello che andava bene per l’Italia andava sicuramente bene anche per San Marino. Ma anche i debiti di gratitudine più profondi, verso la vicina Italia, non possono essere sempiterni. Oggi sembra quasi che San Marino agisca invece come se fosse un Paese autarchico, senza una necessaria, anzi indispensabile, apertura verso l’esterno, verso il mercato globale, verso i valori più alti di una politica di difesa attiva dei diritti umani e dei diritti civili in tutto il mondo.
Così ci siamo allineati ai soli quattro Paesi europei che non hanno riconosciuto per evidenti motivi d’interesse economico (la dipendenza dalle fonti energetiche russe) i nuovi confini del Kossovo, mentre tutti gli altri (Italia compresa) si sono invece affrettati a dare positivi e concreti segnali di favore alla neonata indipendenza.
San Marino, in verità, ha sempre sostenuto (almeno a parole) una politica di apertura al dialogo e alla pace (“peacekeeping”), ma il dialogo e la pace, oggi, stanno rendendo un buon servizio ad israeliani e palestinesi martoriati dalla cieca violenza della nutrita ala dei falchi di Hamas (ampiamente sostenuti dal peggior terrorismo islamista internazionale)? O al popolo non sciita libanese vessato dagli Hezbollah (il “Partito di Dio” con il mitra nella bandiera)? O al popolo afgano continuamente terrorizzato dall’integralismo intollerante dei talebani? O agli stessi kossovari che per secoli hanno subito le violenze dei serbi più estremisti? O alle tribù del Darfur, dove il genocidio continua imperterrito nel disinteresse generale? O al popolo tibetano, oppresso dal dominio militare cinese? Come si fa a dialogare con chi rifiuta il dialogo? Come si fa a chiedere pace a chi la violenta quotidianamente?
Credo vi siano nel mondo molte zone di crisi dove l’intervento armato di forze di pace internazionali, confortate dalle stesse Nazioni Unite (che dopo sessant’anni andrebbero finalmente riformate) sia non solo auspicabile ma ormai indispensabile per riportare la pace (“peace enforcing”), la democrazia, i diritti umani e soprattutto salvare più vite possibili. Agire, non pontificare, risolvere i conflitti, non procrastinare decisioni all’infinito, imporre la pace, non invocarla. Credo che questa sia una vera e reale politica pacifista. Credo che, almeno per un piccolo Paese come il nostro, sia doveroso anteporre agli interessi economici, ai meri calcoli di convenienza, alle esigenze particolari di qualche micro azienda locale, una politica basata sui valori largamente condivisi di libertà, indipendenza, auto determinazione e di rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, difendendo così una civiltà costruita faticosamente in millenni di storia.
Credo sia giusto, per lo meno in questi casi, anteporre i valori agli interessi economici, e ciò dovrebbe valere oggi anche nei confronti della Repubblica Popolare Cinese.

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