Di Andrea Bellofiore
Buongiorno a tutti.
Mi chiamo Andrea Bellofiore e questa è una storia di natale.
E’ la storia di un individuo che ama il suo lavoro e lo svolge con il massimo della professionalità.
E’ la storia di un individuo che all’interno dell’azienda per la quale presta servizio (RTV) è accusato di FURTO (ben 60 euro)senza né prove, ne testimoni… insomma niente..solo la parola della proprietaria di questi soldi che, SEMBRA, li avesse con se.
Per ben 2 giorni Andrea viene contattato telefonicamente dal suo responsabile il quale lo minaccia di avere prove inequivocabili… prove VIDEO del suo furto.
Poi, in un freddo lunedì di fine novembre, Andrea chiede di vedere le immagini inequivocabili.. cerca INVANO di far capire al suo ACCUSATORE che non ha fatto niente.. che c’e’ un errore… ma ormai la voce correva veloce.. e tutti sapevano o credevano che fosse stato Andrea a rubare.
Al poveretto non rimane che denunciare il suo responsabile e accusatore per DIFFAMAZIONE.
Cosi’ si reca in gendarmeria e riporta il tutto in un verbale di denuncia. Consegna al suo responsabile la copia della denuncia e….
NEL GIRO DI 24 ORE, il povero Andrea SI RITROVA SENZA LAVORO.. sospeso dal suo servizio con la SOLA COLPA DI ESSERSI DIFESO dall’ingiustizia, dalle accuse, dalle malignità che serpeggiano indisturbate all’interno della televisione.
Oggi, in questo 14 dicembre, Andrea è ancora disoccupato.. e nel cuore, al posto della gioia natalizia, risiedono queste domande: Come faccio adesso? Dove lo trovo un altro lavoro? Come tiro avanti?
Cosi’.. come ieri.. come oggi e come domani, i giorni passano.. le citta’ sono piene di luci.. ma c’e’ poco natale per chi deve fare i conti con TUTTO!
Questa è una storia di natale.
E’ la storia di ANDREA BELLOFIORE.
Grazie a tutti e buon natale
martedì 15 dicembre 2009
Una storia di Natale
mercoledì 21 ottobre 2009
Posto fesso...ops, fisso
di Maverick
Tremonti, e dopo di lui anche Berlusconi, forse alludevano al "non disvalore" del "loro" posto fisso di Ministro dell'economia e di Presidente del consiglio.
Opportunità, non diritti....leggete qui.
martedì 14 luglio 2009
Turismo e antichi mestieri
di Gianni Petrini
Collegare la Repubblica più antica del mondo ai mestieri più antichi. Lo Stato dovrebbe, in questi momenti difficili, farsi carico di tutti i mestieri che sono rimasti e ripristinare quelli che sono scomparsi. Nel Centro storico attivare almeno 50 botteghe artigiane, con un contributo minimo di sussistenza per ogni titolare o apprendista. In questo contesto si darebbe spazio di nuovo alla creatività manuale, che è sempre stata la forza dell’Italia e di San Marino. Ciò è la base per un futuro lungo, faticoso, ma certo.
Le attività che potrebbero sorgere non sono in contrasto con le attività che già ci sono e porterebbero i turisti a soggiornare nei nostri alberghi.Sartoria, abiti su misura, calzolai, liutai (visto che ancora ne abbiamo uno), ceramisti, lavorazione del vetro, maglieria su misura, mosaicisti, scalpellini, rilegatori, ricamo, ecc. Sono oltre 400 i mestieri artigianali. Molti mestieri sono estinti o in via di estinzione, perciò portarli in un Centro storico e praticarli, ci ricollocherebbe ad un passato che sarebbe bene non dimenticare. Inoltre tutte le industrie e le tecnologie di oggi, vengono da quel passato.
Queste attività praticate nel Centro storico di San Marino, lo renderebbero vivo e attivo e sarebbero un’ulteriore attrazione che creerebbe un’opportunità di lavoro creativo per molti giovani.
lunedì 8 giugno 2009
Lavoro: tavolo tripartito, un brusco stop preventivabile
di Andrea Zafferani (AP)
In tutta onestà, non sono rimasto sorpreso del brusco stop che sembra aver subito il tavolo tripartito. Un tavolo che, a mio parere, è quasi subito diventato un difficile luogo di mediazione fra due parti (Csu e Anis) litigiose, rivendicative, autoreferenziali e non attente ai problemi sistemici che abbiamo di fronte. E un Governo che, dopo aver preferito deresponsabilizzarsi rispetto al contratto di sua competenza (quello della PA), si è fatto prendere in mezzo sino a dover diventare promotore di alcune proposte di sintesi che non stanno in piedi.
Il sindacato ha puntato a tutelare il più possibile chi è già dentro al mondo del lavoro, chi è contrattualmente più forte: da qui l’ossessiva importanza data agli aumenti contrattuali, che non sono certamente la priorità in un momento in cui è un privilegio avere un lavoro sicuro ed è bene concentrarsi per tutelare chi il lavoro lo perde o non lo trova.
Un'altra parte, l'Anis, in cambio degli aumenti ha cercato di smontare un altro pezzettino dei diritti dei lavoratori, quelli che riguardano i loro tempi di vita, puntando ad inserire una flessibilità d'orario a discrezione dell'azienda (senza quindi alcun potere di dissenso per il singolo lavoratore, nemmeno se, a puro titolo di esempio, iniziare un ora prima la mattina, di fronte ad un asilo nido ancora chiuso, lo portasse a non sapere dove lasciare il proprio bambino).
La terza parte, il Governo, ha cercato di mediare senza avere ben chiaro il modello da perseguire, e accompagnando il tutto con una serie di misure (blocco delle tariffe in testa) diseducative, non selettive, molto costose per lo Stato, e assolutamente inutili nel medio termine.
Non si è purtroppo ragionato su quali soluzioni dare ai due fondamentali problemi che abbiamo di fronte in questo momento:
1) quale economia vogliamo e, quindi, che mercato del lavoro dobbiamo metterle a disposizione;
2) come e chi finanzierà gli ammortizzatori sociali necessari per il nuovo mercato del lavoro che avremo.
Se vogliamo un’economia competitiva, dinamica, tecnologica, innovativa, se vogliamo attirare investimenti in settori ad alto valore aggiunto, occorre certamente flessibilità in ingresso e in uscita: il modello del tempo indeterminato per tutti è probabilmente finito, un’eccessiva rigidità è negativa, rende meno produttivo il lavoratore, scoraggia le assunzioni delle imprese.
La flessibilità però aumenta la produttività, gli stimoli del lavoratore e la sua voglia di mettersi in gioco solo in presenza di due fattori: il rispetto dei suoi tempi di vita, della sua dignità professionale e la sicurezza/fiducia nel futuro.
Serve una rete di ammortizzatori sociali capaci di proteggere ogni lavoratore che si trovi in stato di disoccupazione o di non occupazione, garantendogli un reddito legato però alla formazione e alla riqualificazione, anche in azienda, così come succede nelle economie più evolute d'Europa.
Ammortizzatori e flessibilità devono andare assieme, affinché gli uni siano complementari all’altra nella creazione di un sistema virtuoso, competitivo e premiante, ma nella coesione e nella serenità sociale: la precarietà che nasce quando la flessibilità prevale sulle tutele, non è mai elemento di competitività e generatore di crescita duratura.
Credo che la soluzione stia nella flex-security, un sistema che è costoso nel breve termine (ecco perché destinare agli ammortizzatori una grossa parte degli aumenti contrattuali era per me estremamente saggia in questa fase), ma che può dare grandi risultati e mettere tutti gli attori, anziché uno contro l’altro, tutti dalla stessa parte nella grande sfida della competitività e della crescita economica; io continuerò a battermi su questa strada. Anziché discutere di qualche zero virgola di aumento o di quante ore dare in più di flessibilità, che oltretutto sono materie tipicamente contrattuali e di competenza delle parti sociali, o ancora di quali ulteriori forme contrattuali “creative” inserire (vedi outsourcing interno alle aziende), sarebbe bello che il tavolo unico iniziasse a ragionare su queste questioni “di sistema”. Spero che la pausa serva allo scopo.
venerdì 20 febbraio 2009
Crisi economica e lavoro: Ciavatta e Felici ne discutono
di Roberto Ciavatta
Caro Felici, proprio così: la situazione è nera, l’occupazione diminuisce, la crisi finanziaria si riversa sull’economia reale… o forse la finanza si svela per quello che è?, cioè uno stratagemma con cui l’economia reale è sopravvissuta senza basi reali! Di questo parlano i più avveduti economisti e sociologi, di una crisi del sistema capitalistico liberale e del suo presupposto: la società del lavoro e della crescita continua.
Tutto questo, dice Tiezzi dell’Università di Siena, non funziona per un semplice motivo: il pianeta è uno spazio finito, perciò non può dare una crescita infinita, e nemmeno un’occupazione adeguata. La finanza fino ad ora ha tenuto in piedi un castello privo di fondamenta, d’ora in avanti faticherà a farlo, e nel medio periodo, lo si voglia o no, il sistema imploderà. Si potrà solo decidere se costringere le imprese a non usare le tecnologie, e salvaguardare così il lavoro (ma non è certo una strada perseguibile, né auspicabile), oppure abituarsi ad una società in cui il lavoro del singolo individuo non sarà più indispensabile.
Di fronte a tutto questo il sindacato non dovrebbe chiedere al Governo, come fa Felici, di risolvere il problema: come potrebbe risolverlo il governo? Ha solo un’arma: tamponare l’emorragia versando (come succede ovunque) oboli milionari nelle casse degli imprenditori, in cambio dell’impegno a non chiudere (cioè in cambio di licenziamenti solo ridotti).
Cioè, che succede? Lo stato paga “tizio” per non chiudere un’azienda non più competitiva, perché se chiude i lavoratori perdono il posto, e quindi i soldi che gli da “tizio”. Pensateci su: non sarebbe meglio se lo Stato desse i soldi direttamente al lavoratore che perde il lavoro piuttosto che a “tizio”? Nulla, infatti, impedisce a “tizio” di licenziare in ogni caso, o spostare la produzione altrove, o nel migliore dei casi (è quanto succede in USA in questi giorni) continuare a chiedere oboli all’infinito, tenendone una buona parte per sé.
Oggi, sono tre le cose che un sindacato dovrebbe fare: 1) lo presagisce anche Felici: “tre contratti sono scaduti, la situazione economica è quella nota…” che sta a dire: come facciamo a ottenere aumenti dignitosi se le aziende chiudono? La risposta è: meccanismi automatici di rivalutazione legati all’inflazione e al PIL, proprio i referendum che la CSU, per ragioni di partito, ha contrastato. 2) vietare contratti capestro, perché tra i 1600 cassintegrati e i licenziati di ogni giorno, chi ha contratti co.co.pro. o interinale non è conteggiato, visto che a loro basta non rinnovare il contratto, e alla cassa integrazione non hanno proprio diritto. Anche questi referendum la CSU li ha contrastati per ragioni di partito. 3) come misura tampone – pretendere una riduzione oraria significativa (il sociologo De Masi parla di 25/30 ore) a parità di stipendi. Se lo Stato deve versare denaro della collettività, lo faccia per salvare i lavoratori, cioè persone in carne ed ossa, non per salvare l’economia, che è l’interesse di pochi. Invece di versare oboli agli industriali, li versi agli operai in cambio di una drastica riduzione oraria, e pretenda tetti massimi per le retribuzioni dei manager.
Chi persegue queste misure se non un sindacato? Se la cecità del modello turboliberista ha potuto trionfare in occidente, la colpa maggiore è da addebitare ai ripensamenti sindacali seguiti al 1989! Da noi il sindacato si è ridotto al teatrino di chi ha fatto fortuna dietro la scrivania, e ora, nonostante la crisi finanziaria, continua a chiedere l’istituzione del secondo pilastro pensionistico da mettere in bocca ai finanzieri stessi. Ora che ovunque i fondi pensione crollano. Per che motivo? Solo perché sono loro e i loro partner a volerli gestire? E allora, a cosa si riduce il ruolo del sindacato? A traditore e peggior nemico dei lavoratori e dei pensionandi?
SINDACATO – Giorgio Felici: “Crisi occupazionale, il governo si muova”
[L’Informazione] “Ovviamente siamo fortemente preoccupati perché ogni giorni c’è un problema occupazionale nuovo”. Così Giorgio Felici, segretario della Federindustria della Cdls, commenta il dato della forte crisi occupazionale che vede aziende storiche sammarinesi in forte crisi e 51 richieste complessive di licenziamento. Tra le aziende in crisi la Ponte&Mellini, che ha chiesto il licenziamento di 24 dipendenti su 30, la Birra Amarcord, 7 licenziamenti su 7, chiuderà i battenti a San Marino e la Cams Macchine, con la richiesta di 13 licenziamenti su 40. “A fronte di questa situazione – dice Felici – segnali da parte del governo di atteggiamenti finalizzati a politiche e comportamenti nuovi, non ne vedo. Non sappiamo di piani o progetti riguardanti la politica industriale o di sviluppo. Ancora non si vede niente all’orizzonte e questo ovviamente mi proccupa, considerato anche l’attuale contesto contrattuale così complicato. Abbiamo tre contratti già scaduti: industria, artigianato e pubblico impiego allargato. La situazione economica è quella nota. Noi, come sindacato, stiamo preparando una serie di iniziative per la primavera, iniziative di carattere propositivo e con contenuto economico-sociale. Nello stesso tempo chiediamo però al governo di spingere sull’acceleratore per contribuire fattivamente a risolvere la complicata situazione – conclude Felici -”.
L’Informazione di San Marino
a.f.