Un recente comunicato stampa di Sinistra Unita si rallegrava con una risoluzione approvata al Consiglio d’Europa in merito alla legalizzazione dell’aborto nei Paesi aderenti. Interrogato in merito da un giornale locale il nostro Segretario di Stato alla Sanità ha risposto che “i tempi sono maturi per affrontare l’argomento anche a San Marino”.
Non posso dargli torto, ma il problema è “come” affrontarlo?
La risoluzione su citata è passata col voto favorevole del nostro (unico) rappresentante Alessandro Rossi, il quale aderisce al gruppo UEL (Unified European Left). I voti favorevoli sono stati 102, quelli contrari 69, 14 gli astenuti. Il gruppo dell’UEL ha votato integralmente a favore della risoluzione, quello dei Socialisti quasi integralmente a favore, la maggioranza dei Popolari e quella dei Democratici invece si è espressa contro; fra il gruppo dei Liberaldemocratici molti voti a favore, molti contro ed alcuni astenuti.
Va detto che il contenuto della risoluzione è fortemente ammorbidito nei termini più precisi della questione, e non si tratta ovviamente di una richiesta ai Paesi che non consentono l’aborto di allinearsi. Trattandosi di un problema molto vasto e delicato, e soprattutto eticamente sensibile, la risoluzione propone sostanzialmente di evitare i danni procurati da una legislazione carente o assente. Adeguarsi, quindi, alla risoluzione europea non vuol dire espressamente aderire alle istanze abortiste tout-court, bensì evitare anzitutto che la piaga dell’aborto clandestino o quella del turismo abortista si sviluppi in Paesi civilizzati come i 47 membri del Consiglio d’Europa.
Giusta preoccupazione, quindi. Ma attenzione. Se anche a San Marino volessimo accogliere il principio che la non legalizzazione vuol dire principalmente un’istigazione all’aborto clandestino o al turismo abortista, non per questo la normativa dovrebbe facilitare e rendere eccessivamente accessibile a tutti la pratica dell’interruzione di gravidanza, con eccessi di leggerezza e facilità. Anzi, a mio avviso, l’occasione di una legislazione in materia potrebbe finalmente creare le condizioni per sancire che nessuna donna deve essere obbligata ad abortire ma neanche punita perché rifiuta la maternità, e che tutti dobbiamo fare il possibile affinché la libertà di scelta sia indirizzata chiaramente verso la vita, per la libertà di non abortire e per la libertà di nascere. Basterebbe infatti applicare almeno queste tre regole fondamentali: nessuna donna può essere obbligata ad abortire; nessuna donna può essere punita perché rifiuta la maternità; tutte le donne devono essere libere soprattutto di NON abortire.
Ma in che modo possiamo garantire, a termini di legge, questi tre elementi fondamentali?
La donna incinta deve diventare un soggetto sociale privilegiato, e bisogna investire adeguate risorse a favore di chi decide di non abortire, anche in casi di emergenza sociale. Chi decide di non abortire, pur avvertendone il bisogno, deve essere salvaguardato attraverso la cura, l’affetto e la promozione della solidarietà sociale e pubblica, e chi invece chiede di fare aborti per ragioni considerabili effimere, la legge, ma soprattutto la cultura del tempo, non deve ingannare le donne e i maschi che preferiscono lavarsene vergognosamente le mani e deve convincerli che l’aborto non è un metodo contraccettivo, ma è in definitiva l’eliminazione della vita, quindi la negazione del futuro di una persona e della stessa società, oltre che l’annullamento della morale civile, sociale, e – per chi ha fede – religiosa.
Una scelta laica, come si direbbe oggi, “pro life” deve emergere chiaramente da una legislazione su questa delicatissima materia, altrimenti sarà meglio lasciare le cose come sono e rischiare di diventare gli ultimi bigotti e medievali europei, che pur sempre mantengono fermo il principio etico della salvaguardia della vita.
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venerdì 18 aprile 2008
Aborto? Sarebbe meglio poter scegliere: no, grazie!
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